di Giuseppe Gagliano –

Gli Stati Uniti si preparano a ritirare gli ultimi militari dall’Iraq entro il 30 settembre 2026, ma il disimpegno non segna la fine dell’influenza americana sul Paese. Durante l’incontro alla Casa Bianca tra il presidente Donald Trump e il primo ministro Ali al-Zaidi è emersa una nuova strategia: sostituire la presenza militare con quella economica, puntando sul controllo delle risorse energetiche attraverso le grandi compagnie statunitensi.

Trump ha annunciato nuovi accordi per lo sfruttamento del petrolio iracheno, mentre Baghdad punta ad attrarre investimenti nei settori del petrolio, del gas e della produzione elettrica. L’obiettivo di Washington è consolidare la propria presenza economica, riducendo al tempo stesso l’influenza di Cina, Russia e Iran.

Per il governo iracheno gli investimenti americani rappresentano una leva indispensabile per finanziare la ricostruzione di un Paese ancora segnato dalla guerra contro lo Stato Islamico e fortemente dipendente dagli introiti petroliferi. Baghdad continua inoltre a chiedere una quota produttiva più elevata all’interno dell’OPEC, ritenendo necessarie maggiori esportazioni per sostenere la ripresa economica.

La recente crisi nello Stretto di Hormuz ha evidenziato la vulnerabilità dell’Iraq, che dispone di immense riserve di greggio ma di limitate vie alternative per l’esportazione. Per questo Washington sostiene il rilancio dell’oleodotto tra Iraq e Siria, un’infrastruttura destinata a ridurre la dipendenza da Hormuz e a rafforzare un corridoio energetico sotto influenza occidentale.

Sul piano politico resta però aperto il nodo più delicato: il disarmo delle milizie sciite sostenute dall’Iran. Al-Zaidi ha fissato la stessa scadenza prevista per il ritiro delle truppe americane, ma il progetto appare complesso, poiché molte di queste formazioni sono integrate nelle istituzioni, dispongono di rappresentanza politica e mantengono solidi legami con Teheran.

L’Iraq continua così a trovarsi al centro della competizione tra Stati Uniti e Iran. Se da un lato la partenza delle truppe soddisfa una storica richiesta delle forze filoiraniane, dall’altro il rafforzamento della presenza economica americana ridimensiona le ambizioni di Teheran. Washington riduce il proprio impegno militare diretto, mantenendo però la capacità di influenzare gli equilibri iracheni attraverso investimenti, infrastrutture energetiche e la rete delle basi militari presenti nei Paesi vicini.

Più che un disimpegno, quello statunitense appare quindi un cambio di strategia: meno soldati sul terreno, ma una presenza economica destinata a consolidare il peso geopolitico americano nel cuore del Medio Oriente.