Iraq. Governo in bilico tra Usa e Iran: Zaidi incaricato apre la fase più critica

dí Giuseppe Gagliano –

L’Iraq torna al centro di una crisi politica che non si chiude ma entra nella sua fase più delicata. La nomina di Ali al-Zaidi a primo ministro incaricato, dopo mesi di stallo, riapre il confronto su potere, sovranità e influenze esterne che continuano a condizionare Baghdad.
Zaidi ha trenta giorni per formare un governo e ottenere la fiducia del Parlamento, ma il percorso è complesso. In Iraq ogni ministero rappresenta potere politico, controllo economico e influenza territoriale. La nascita di un esecutivo coincide con una distribuzione dello Stato tra blocchi sciiti, sunniti e curdi, oltre che tra partiti, milizie e interessi regionali.
Figura estranea alla vecchia classe politica, Zaidi proviene dal mondo imprenditoriale e finanziario. La sua forza è proprio la debolezza: non appartiene a un blocco dominante e per questo è stato accettato come candidato di compromesso. Tuttavia l’assenza di una base politica autonoma rischia di limitarne l’azione, riducendolo a mediatore tra poteri consolidati.
Il sistema politico iracheno resta fondato su un equilibrio confessionale che assegna le principali cariche a curdi, sciiti e sunniti. Questo meccanismo, pensato per evitare concentrazioni di potere, ha trasformato le istituzioni in spazi di spartizione. I ministeri diventano centri di risorse, appalti e controllo, rendendo la formazione del governo una trattativa lunga e fragile.
Sul piano internazionale, gli Stati Uniti hanno ribadito il loro peso. Il ritorno di Nouri al-Maliki è stato bloccato anche per l’opposizione americana, mentre Donald Trump ha espresso sostegno a Zaidi, indicando la necessità di un governo stabile e distante dalle milizie filo-iraniane. Washington punta a mantenere influenza politica, cooperazione militare e controllo finanziario.
Parallelamente, l’Iran continua a esercitare un ruolo decisivo. La presenza a Baghdad del comandante della Forza Quds, Esmail Qaani, conferma quanto Teheran consideri l’Iraq una propria area strategica. Le milizie filo-iraniane, integrate formalmente nelle strutture statali, restano attori politici e militari difficili da ridimensionare senza rischiare tensioni interne.
Il Paese si trova così stretto tra pressioni opposte. Gli Stati Uniti chiedono di contenere le milizie, mentre queste rappresentano una componente radicata del sistema politico. Il governo iracheno rischia di apparire incapace di controllare pienamente la sicurezza, soprattutto in un contesto regionale segnato da conflitti indiretti.
Anche sul piano economico emergono fragilità. Il petrolio resta la principale fonte di entrate, ma espone l’Iraq a crisi dei mercati e delle rotte energetiche. La dipendenza dal dollaro e dai circuiti finanziari internazionali consente a Washington di esercitare pressione, come dimostrano le restrizioni sui flussi monetari.
Zaidi dovrà quindi affrontare un equilibrio estremamente delicato: mantenere relazioni con gli Stati Uniti senza rompere con l’Iran, gestire le milizie senza provocare scontri interni, distribuire il potere senza bloccare lo Stato. Più che un programma politico, si tratta di una prova di sopravvivenza istituzionale.
Gli scenari restano incerti. Un compromesso potrebbe portare alla nascita di un governo stabile ma poco incisivo. Uno scontro con le forze filo-iraniane rischierebbe di indebolire l’esecutivo fin dall’inizio. In alternativa, il Paese potrebbe ricadere nella paralisi che ha già segnato gran parte della sua storia recente.
Al centro della crisi resta una questione irrisolta: chi controlla davvero lo Stato iracheno. Tra governo, milizie, partiti e influenze straniere, la sovranità continua a essere negoziata. La nomina di Zaidi non scioglie questo nodo, ma lo rende ancora più evidente.