di Giuseppe Gagliano –
Le elezioni parlamentari previste per l’11 novembre 2025 stanno già ridisegnando gli equilibri politici in Iraq. Tra i possibili successori del primo ministro Mohammed Shia al-Sudani emergono figure legate al mondo della sicurezza e dell’intelligence, a conferma del ruolo strategico che l’apparato securitario esercita oggi sul potere politico a Baghdad.
In prima fila c’è Hamid al-Shatri, capo del Servizio mazionale di Intelligence, tecnocrate non affiliato ai partiti e con un lungo passato al Ministero dell’Interno e nella Sicurezza nazionale. Accanto a lui, Qasim al-Araji, consigliere per la Sicurezza Nazionale ed ex ministro dell’Interno, figura di peso legata all’organizzazione Badr. Entrambi fanno parte di una rosa di almeno 12 nomi in discussione all’interno del Quadro di Coordinamento Sciita, spaccato tra blocchi pro-Maliki e pro-Sudani.
Il premier uscente ha annunciato la sua ricandidatura con un discreto consenso popolare per i risultati economici ottenuti. Tuttavia sei deputati sciiti hanno presentato una denuncia contro di lui, accusandolo di irregolarità amministrative a poche settimane dal voto. A pesare ulteriormente ci sono episodi controversi, come la sua partecipazione al summit di Sharm el-Sheikh, che potrebbe indebolirlo politicamente di fronte a rivali interni più radicati negli apparati di potere.
La posta in gioco va oltre la politica interna. L’Iran, attore influente nel Quadro di Coordinamento, e l’Arabia Saudita osservano da vicino gli sviluppi per timore di instabilità che potrebbe incidere sulle rotte energetiche e sulla lotta ai residui dell’ISIS. Sullo sfondo, Baghdad mantiene 250-350 consiglieri militari statunitensi per il contenimento delle minacce provenienti dalla Siria, segnalando un delicato equilibrio tra autonomia nazionale e legami strategici con Washington.
Il meccanismo di formazione del governo prevede due fasi: l’elezione del Parlamento e la successiva nomina del primo ministro, una procedura spesso rallentata dalle divisioni interne e dalle trattative tra fazioni. Partiti e blocchi influenti stanno già schierando figure di peso nelle province chiave, in particolare a Baghdad, dove si giocherà gran parte dell’equilibrio politico.
L’affluenza alle urne è prevista modesta, segno di un elettorato sfiduciato. Lo scontro reale non si consumerà nelle urne, ma nei negoziati post-elettorali per la distribuzione del potere. Le figure legate alla sicurezza possono diventare arbitri decisivi di una coalizione fragile, capace di garantire continuità ma anche di alimentare rivalità di lungo periodo.
La crescente presenza di veterani dell’intelligence nella corsa alla premiership riflette un Iraq dove la sicurezza resta il principale pilastro politico. Se da un lato questa centralità può assicurare una certa stabilità istituzionale, dall’altro rischia di rafforzare logiche di potere chiuse e polarizzate.
Il risultato delle elezioni dell’11 novembre non determinerà soltanto il nome del prossimo premier, ma il modello di governance che guiderà il Paese in una fase cruciale della sua transizione politica e geopolitica.




