di Giuseppe Gagliano –
Washington ha fatto sapere a figure politiche di primo piano in Iraq che le entrate petrolifere potrebbero finire nel mirino di sanzioni se nel prossimo governo entreranno gruppi armati legati a Teheran. Non è un avvertimento generico: è un messaggio ripetuto, per settimane, dall’incaricato d’affari americano a Baghdad, Joshua Harris, a un elenco di interlocutori che include il primo ministro Mohammed Shia al-Sudani, leader sciiti influenti e vertici curdi. Il senso è semplice: se il nuovo esecutivo normalizza le milizie filo-iraniane, gli Stati Uniti possono congelare la linfa dell’economia irachena.
Il punto non è solo politico, è architettonico. Dal 2003, la gestione delle entrate petrolifere irachene è stata incardinata in un sistema che, nei fatti, mette una parte decisiva della sovranità economica di Baghdad sotto tutela. La cornice nacque con il Fondo di sviluppo per l’Iraq, creato dall’amministrazione provvisoria guidata dagli Stati Uniti dopo l’invasione, e depositato presso la Banca centrale degli Stati Uniti a New York. Quell’impianto, rinnovato negli anni attraverso atti esecutivi americani e poi trasformato in un conto della Banca centrale irachena presso la stessa istituzione di New York, è il cuore della leva: le entrate del petrolio scorrono dove Washington può vedere e, se vuole, rallentare.
L’Iraq vive di petrolio: circa nove decimi del bilancio statale dipendono da quelle vendite. Chi controlla l’accesso a quei dollari controlla il margine di manovra del governo, la stabilità del cambio, la capacità di importare, perfino la pace sociale. Non a caso, quando nel 2020 Baghdad chiese il ritiro delle truppe statunitensi, la risposta fu un promemoria finanziario: l’accesso ai fondi di New York poteva diventare improvvisamente più difficile. Alla fine, l’Iraq fece marcia indietro.
Se la minaccia diventasse realtà, l’impatto sarebbe immediato su tre piani. Primo: liquidità in dollari. L’economia irachena funziona perché il petrolio vende dollari, e i dollari comprano importazioni e stabilità. Secondo: tasso di cambio. Le restrizioni sull’afflusso di valuta americana hanno già creato un doppio circuito: cambio ufficiale e mercato nero, con uno scarto di prezzo che è, in sostanza, un premio di rischio per chi opera fuori dal sistema formale. Terzo: paralisi amministrativa. Quando ogni firma su appalti e trasferimenti può essere letta come “violazione” o “favore” a reti sospette, la burocrazia si immobilizza.
Non è un dettaglio che l’Iraq abbia chiuso, all’inizio del 2025, il meccanismo delle aste in dollari della banca centrale, dopo pressioni americane mirate a bloccare i flussi verso soggetti sanzionati, in particolare iraniani. La conseguenza, prevedibile, è stata la crescita di canali paralleli. E più cresce il parallelo, più aumenta la rendita criminale e politica di chi sa muovere dollari nell’ombra.
Il capolavoro, dal punto di vista di Washington, è che questa è una guerra di influenza condotta senza sparare. Le milizie filo-iraniane non sono solo gruppi armati: sono attori politico-amministrativi che cercano ministeri, posizioni, contratti, controllo di pezzi della macchina statale. Colpirle sul terreno militare significherebbe riaccendere la spirale delle rappresaglie. Colpirle sul terreno finanziario significa tagliare loro ossigeno, legittimità e capacità di distribuire rendite.
Il caso citato di Adnan Faihan, esponente di un potente gruppo politico vicino all’Iran, eletto vice presidente del Parlamento, è indicativo: la pressione americana avrebbe spinto i vertici del gruppo a dichiararsi disponibili a rimuoverlo. Non è ancora avvenuto, ma il segnale conta più dell’esito: la minaccia sui dollari produce disciplina dove le armi producono escalation.
Baghdad cammina da anni sul filo tra Washington e Teheran, due “alleati” che, messi nella stessa stanza, diventano incompatibili. L’Iran considera l’Iraq un corridoio vitale: un mercato, un retroterra, una valvola per alleggerire le sanzioni e tenere in piedi l’economia. Gli Stati Uniti considerano l’Iraq un perno: per contenere l’Iran, per controllare il nodo energetico, per impedire che le milizie trasformino lo Stato in una piattaforma regionale ostile.
Qui la geoeconomia si fonde con la geopolitica: il petrolio non è solo ricchezza, è la chiave d’accesso al dollaro, e il dollaro è la vera infrastruttura del potere. Washington non ha bisogno di “prendere” il petrolio: le basta decidere come e quando può diventare moneta spendibile.
Una parte dell’apparato iracheno sostiene che questo sistema abbia assicurato stabilità: fiducia internazionale, protezione da rivendicazioni esterne, accesso ordinato ai dollari, difesa del cambio, perfino un argine a chi pretende meno regole e più arbitrarietà. Tutto vero. Ma il rovescio è altrettanto vero: stabilità in cambio di tutela. L’Iraq guadagna credibilità, ma paga in autonomia. E quando la politica si spacca, la tutela diventa arma.
La formazione del nuovo esecutivo potrebbe richiedere mesi: le lotte per costruire una maggioranza si intrecciano con la paura di essere esclusi dal circuito del dollaro. In questo spazio, la pressione americana è destinata a crescere: non per “punire” Baghdad, ma per modellarne la coalizione di governo.
Il rischio, per l’Iraq, è di trovarsi davanti a una scelta apparente: o accetta il prezzo politico imposto dagli Stati Uniti, o paga un prezzo economico che può incendiare il Paese. Il rischio, per Washington, è l’effetto collaterale classico delle leve troppo dure: spingere gli attori colpiti a radicalizzarsi, a consolidare economie clandestine, a cercare nuovi protettori e nuove vie d’uscita.
Nel frattempo, una certezza emerge: il confronto tra Stati Uniti e Iran non si gioca solo nelle basi e nei droni. Si gioca nei conti, nelle autorizzazioni, nelle valute. E in Iraq, il petrolio resta il punto in cui la geopolitica diventa contabilità, e la contabilità diventa potere.




