Iraq. Rafforzate le difese delle basi Usa, si temono attacchi delle forze filo-iraniane

di Giuseppe Gagliano

Dopo i bombardamenti americani contro i siti nucleari iraniani del 21 giugno, l’Iraq si è ritrovato nuovamente al centro di una crisi regionale che minaccia di travolgere il fragile equilibrio interno. A Baghdad le autorità hanno ordinato il rafforzamento delle misure di sicurezza intorno alle basi militari che ospitano forze statunitensi e della coalizione internazionale anti-ISIS. L’ordine, eseguito nel timore di ritorsioni da parte delle milizie filoiraniane, riguarda in particolare tre punti nevralgici: la base di Ain al-Assad (Anbar), Camp Victory nei pressi dell’aeroporto internazionale della capitale e la base di Harir a Erbil, protetta anche da forze curde peshmerga.
Il timore è che, dopo l’attacco USA contro Fordow, Natanz e Isfahan, le milizie irachene legate a Teheran, come Kataib Hezbollah, Asaib Ahl al-Haq e Harakat al-Nujaba, scatenino una nuova ondata di violenze contro obiettivi occidentali, trasformando il territorio iracheno in campo di battaglia per procura. La situazione è talmente tesa che gli Stati Uniti, in via precauzionale, hanno già evacuato parte del personale non combattente da alcune installazioni. Attualmente, in Iraq sono ancora presenti circa 2.500 soldati americani, in attesa di un ritiro progressivo che dovrebbe concludersi nel 2026.
Il presidente Donald Trump ha descritto i raid come un “successo militare spettacolare”, affermando che gli impianti nucleari iraniani sarebbero stati “completamente distrutti”. Teheran ha confermato i danni, ma ha rilanciato, minacciando ritorsioni e lasciando intendere che la chiusura dello Stretto di Hormuz è un’opzione reale. In Parlamento, la misura è già stata approvata e ora spetta al Consiglio supremo per la sicurezza nazionale dare il via libera definitivo.
Le conseguenze economiche per l’Iraq potrebbero essere devastanti. Circa il 20% del petrolio mondiale passa dallo stretto, che costituisce per Baghdad l’unica via di accesso al mercato internazionale. Un blocco comprometterebbe le esportazioni, colpirebbe duramente le entrate dello Stato e impedirebbe il pagamento degli stipendi pubblici. Secondo diversi analisti, potrebbe anche innescare proteste sociali di massa, in grado di far vacillare l’intero impianto istituzionale iracheno.
Nel frattempo, fonti di intelligence riportano che le milizie irachene avrebbero già istituito una sala operativa unificata e diviso il Paese in tre aree strategiche – Nord, Centro, Ovest – per coordinare eventuali attacchi contro obiettivi americani, anche al di fuori dei confini iracheni. Il rischio è che l’Iraq, già minato da tensioni interne, venga trascinato in un’escalation di guerra regionale, senza possibilità di controllo.
Il governo di Baghdad, in una posizione sempre più difficile, ha condannato i raid statunitensi contro l’Iran. Il portavoce dell’esecutivo, Bassem al-Awadi, ha dichiarato che le azioni di Washington rappresentano “una grave minaccia alla stabilità regionale” e ha riaffermato il rifiuto iracheno dell’uso della forza nelle relazioni internazionali. Ha inoltre sottolineato la necessità di proteggere le infrastrutture civili, in particolare quelle sottoposte al controllo dell’AIEA.
Una riunione d’emergenza tra il premier Mohammed Shia al-Sudani, il presidente Abdul Latif Rashid, il presidente del Parlamento Mahmoud al-Mashhadani e il presidente della Corte Suprema Faiq Zaidan ha ribadito la volontà di impedire che il territorio iracheno venga utilizzato per lanciare operazioni militari contro Paesi vicini. I leader hanno lanciato un appello per la tutela della sovranità nazionale e messo in guardia contro le conseguenze ambientali e umanitarie derivanti dagli attacchi a infrastrutture nucleari.
In un Iraq lacerato da rivalità settarie e sotto costante pressione esterna, il rischio di una detonazione politica è sempre più alto. Washington e Teheran tornano a confrontarsi per procura. Ma ancora una volta, è Baghdad a pagarne il prezzo.