di Giuseppe Gagliano –
Dopo oltre due anni di stallo, il 27 settembre l’Iraq riprende le esportazioni di petrolio dalla regione semiautonoma del Kurdistan attraverso il terminal turco di Ceyhan. Il primo flusso previsto è di 240mila barili al giorno: circa 190mila per l’esportazione, il resto per uso locale curdo. L’accordo, definito “storico” dal premier iracheno Mohammed Shia al-Sudani, rappresenta un passo cruciale verso la stabilizzazione delle relazioni fra Baghdad ed Erbil, logorate da anni di contese sulla gestione dei giacimenti e sulla ripartizione dei ricavi.
Il conflitto risale al 2014, quando il Kurdistan decise di esportare autonomamente greggio tramite il gasdotto Kirkuk-Ceyhan, rivendicando il diritto a compensare i fondi di bilancio trattenuti da Baghdad. La Corte di Arbitrato Internazionale nel marzo 2023 ha condannato Ankara a pagare 1,5 miliardi di dollari all’Iraq per le esportazioni non autorizzate. Da allora i flussi sono rimasti bloccati, con perdite pesanti per le casse di Baghdad e per le compagnie operanti nella regione curda.
Il nuovo compromesso coinvolge il Ministero del Petrolio iracheno, il Ministero delle Risorse naturali curdo e le compagnie internazionali che estraggono nel Kurdistan. Tutto il greggio destinato all’export sarà gestito dalla SOMO, la compagnia statale irachena, garantendo maggiore controllo centrale e trasparenza nella ripartizione dei ricavi. Otto società, che coprono oltre il 90% della produzione curda, hanno già siglato accordi di principio; riceveranno 16 dollari a barile per coprire costi di estrazione e trasporto.
Per Baghdad, il ripristino del flusso verso Ceyhan significa recuperare circa un quarto della capacità esportativa nazionale, fondamentale per bilanciare il bilancio statale e finanziare i programmi di ricostruzione. Per Erbil, è l’occasione di tornare a monetizzare il greggio con una cornice legale più chiara e, soprattutto, di normalizzare i rapporti con il governo federale. Gli Stati Uniti, tramite il segretario di Stato Marco Rubio, hanno salutato l’intesa come strumento per rafforzare la sicurezza energetica regionale, creare condizioni più favorevoli agli investimenti americani e consolidare la sovranità irachena.
La Turchia resta un attore chiave: Ankara, pur contestando l’arbitrato, ha accettato di riattivare il gasdotto e negozierà il rinnovo dell’accordo di transito, in scadenza a luglio 2026. Gli Stati Uniti, già impegnati nella stabilizzazione dell’Iraq, vedono nell’intesa un contrappeso all’influenza iraniana e un segnale di affidabilità energetica per i mercati globali.
Il ritorno del greggio curdo sui mercati potrebbe migliorare la liquidità di Baghdad e la fiducia degli investitori, ma restano fragilità: la sicurezza delle infrastrutture, esposte a droni e milizie, le tensioni politiche interne e le incertezze legate al contenzioso legale con Ankara. La stabilità della filiera petrolifera sarà un banco di prova per la coesione irachena e per l’equilibrio economico dell’intero Medio Oriente settentrionale.












