
di Giuseppe Gagliano –
La decisione del governo iracheno di rimuovere Hezbollah libanese e gli Houthi yemeniti dalla lista per il congelamento dei beni potrebbe sembrare un dettaglio amministrativo. In realtà, è lo specchio delle contraddizioni che attraversano oggi l’Iraq. La pubblicazione iniziale, apparsa nella gazzetta ufficiale, aveva inserito i due gruppi nella categoria delle entità soggette a sanzioni, provocando sorpresa, critiche e persino indignazione tra i blocchi politici più vicini all’Iran. L’errore è stato attribuito a un elenco rilasciato “prima della revisione finale”, una giustificazione che non ha convinto nessuno.
Il primo ministro Mohammed Shia al-Sudani ha preso subito le distanze, sostenendo che l’Iraq aveva approvato solo misure contro individui e organizzazioni legati allo Stato islamico e ad al-Qaeda, come richiesto dalla Malesia nell’ambito della cooperazione internazionale. Ma il fatto stesso che Hezbollah e gli Houthi fossero comparsi nella lista lascia intuire tensioni interne, pressioni esterne e forse una lotta sotterranea tra istituzioni statali e apparati informali legati alle milizie.
Il parlamentare Hussain Mouanes, espressione di Kataeb Hezbollah iracheno, ha denunciato il governo con parole durissime, accusandolo di essere subordinato a poteri stranieri e incapace di difendere la dignità del Paese. È un attacco che rivela molto più di un dissenso. Rivela la fragilità dello Stato iracheno, costretto a muoversi tra le richieste del Dipartimento del Tesoro americano, la pressione delle milizie filo-iraniane e un’opinione pubblica che teme un ritorno alla violenza settaria.
L’episodio mette in luce ancora una volta il dilemma strutturale dell’Iraq contemporaneo: un governo che cerca di mantenere una postura “neutrale” tra Washington e Teheran, ma che finisce regolarmente per scontentare entrambe.
La tempistica dell’accaduto è eloquente. Pochi giorni prima, l’inviato americano Tom Barrack era a Baghdad per incontrare al-Sudani. Il messaggio degli Stati Uniti è stato chiaro: evitare escalation nella regione e impedire che milizie irachene forniscano sostegno militare o finanziario a Hezbollah. Secondo diverse fonti, Washington ritiene che le operazioni israeliane in Libano proseguiranno fino al disarmo del gruppo, e vede nell’Iraq un potenziale canale di rifornimento che deve essere chiuso.
Questo spiega perché l’errore della lista abbia prodotto una reazione così forte. Era sembrato, anche solo per un giorno, che Baghdad si stesse allineando alle aspettative americane. Per le milizie filo-iraniane, un’eresia. Per il governo, un incidente diplomatico da cancellare il prima possibile.
Mentre l’Iraq si dibatte tra bozze di elenchi e accuse interne, il contesto regionale si muove verso una nuova fase di tensione. Le Forze di difesa israeliane hanno intensificato i raid su obiettivi legati a Hezbollah, arrivando a colpire un capo di stato maggiore del gruppo a Beirut. In Siria, gli scontri proseguono lungo il confine meridionale. Israele, impegnato su più fronti, evita però per ora di colpire obiettivi iracheni, ben sapendo che questo aprirebbe un conflitto con milizie storicamente capaci di rispondere con droni e razzi.
L’Iraq, ancora una volta, si trova nel mezzo della contesa. Troppo vicino all’Iran per ignorarlo, troppo dipendente dagli Stati Uniti per sfidarne apertamente le linee rosse.
Un Paese che cerca equilibrio mentre perde un pezzo della sua sovranità
La rimozione di Hezbollah e degli Houthi dalla lista non risolve nulla. Mostra, semmai, quanto sia difficile per l’Iraq mantenere una politica estera coerente mentre il sistema di potere è diviso tra istituzioni formali e una galassia di milizie che rispondono a logiche regionali. È una sfida che tocca direttamente la stabilità interna, l’autorità del governo e il ruolo dell’Iraq nel grande gioco mediorientale.
Dietro la vicenda c’è una realtà chiara: l’Iraq non è ancora riuscito a riappropriarsi completamente della propria sovranità. E ogni errore burocratico rischia di trasformarsi in un caso geopolitico.











