di Giuseppe Gagliano

A Gerusalemme Israele e Germania hanno firmato un accordo di cooperazione sulla sicurezza che, nelle formule ufficiali, punta a contenere “la minaccia rappresentata dall’Iran e dai suoi alleati”. È una frase che suona familiare nella diplomazia israeliana, ma che per Berlino ha un peso diverso: ogni passo tedesco in Medio Oriente è sempre anche un esercizio di equilibrio tra responsabilità storica, pressione dell’opinione pubblica e interessi strategici.

L’intesa, sottoscritta dal primo ministro Benjamin Netanyahu e dal ministro degli Interni tedesco Alexander Dobrindt, include cooperazione su sicurezza interna, sicurezza informatica e contrasto all’antisemitismo. Ma il messaggio vero è politico: la Germania ribadisce che la sicurezza di Israele resta un pilastro della sua azione. E lo fa in un momento in cui, dentro la Germania, la discussione sull’uso della forza e sulle forniture militari a Israele è più aspra del solito.

Il patto arriva sullo sfondo degli eventi di giugno, quando Israele e Stati Uniti hanno condotto una guerra di dodici giorni contro l’Iran, colpendo anche obiettivi legati al programma nucleare. Teheran ha risposto con centinaia di missili balistici verso Israele. È il tipo di sequenza che rende la “minaccia iraniana” qualcosa di più di una formula: diventa un promemoria operativo su ciò che può accadere quando la soglia di escalation si abbassa.

Dal punto di vista militare, l’elemento centrale non è la retorica ma la difesa aerea e antimissile. L’Iran, oltre ai gruppi alleati nella regione, conserva una leva diretta: la capacità missilistica. Israele risponde con una logica multilivello di intercettazione; la Germania, che da tempo ragiona sulla protezione del proprio spazio aereo, si inserisce in questa architettura come cliente e come partner politico-industriale.

L’11 gennaio Israel Aerospace Industries ha annunciato un contratto da 3,1 miliardi di dollari con il Ministero della Difesa israeliano per ampliare la fornitura tedesca del sistema di difesa missilistica Arrow 3. Sommato ai contratti precedenti, il pacchetto dovrebbe superare i 6,3 miliardi di dollari, diventando il più grande accordo di esportazione nella storia della difesa israeliana. Arrow 3 è un sistema progettato per intercettare missili balistici anche al di fuori dell’atmosfera: non è un’arma “tattica”, ma un pezzo di deterrenza strategica.

Qui la geoeconomia conta quanto la geopolitica. Per Israele significa consolidare una filiera tecnologica e produttiva, rafforzare entrate e capacità industriali, e legare un grande Paese europeo a un sistema d’arma israeliano. Per la Germania significa investire in una protezione ad alta quota e, insieme, entrare in un circuito di interoperabilità che ha un riflesso inevitabile sulla postura europea: difesa del territorio, spesa militare, priorità industriali, dipendenza tecnologica.

La politica tedesca verso Israele è radicata nella responsabilità storica legata alla Shoah. Ma le decisioni recenti, come la sospensione di alcune esportazioni militari annunciata lo scorso 8 agosto, segnalano che la copertura politica non è più automatica come in passato. La Germania resta il secondo maggiore fornitore di armamenti per Israele dopo gli Stati Uniti, però deve fare i conti con un dibattito interno che si è allargato: diritto internazionale, proporzionalità, costi politici ed economici della vicinanza a una guerra lunga.

L’accordo firmato a Gerusalemme prova a ricompattare la narrazione: cooperazione, sicurezza, lotta all’antisemitismo. Ma è anche un modo per dire che, nell’architettura di sicurezza europea, Israele non è solo “un tema morale”: è un attore con cui si fanno contratti, scambi tecnologici, progetti di protezione dello spazio aereo.

Sul tavolo c’è anche un fattore d’instabilità immediata: le proteste in Iran, la repressione e la battaglia informativa. Secondo l’organizzazione Diritti umani in Iran, con sede in Norvegia, le vittime delle manifestazioni sarebbero almeno 192, ma la verifica è resa difficile da blackout prolungati della rete segnalati dall’organizzazione NetBlocks. In questo quadro, le dichiarazioni esterne diventano benzina. Non a caso, in Israele le agenzie di sicurezza avrebbero consigliato ai politici di evitare commenti pubblici sulle proteste, per non rafforzare la narrativa iraniana di un complotto orchestrato da Israele e Stati Uniti.

Eppure la tentazione c’è: sui social israeliani circolano appelli al rovesciamento del governo di Teheran, con commentatori e attivisti che parlano di “occasione storica”. Parallelamente, il presidente statunitense Donald Trump ha moltiplicato messaggi di pressione, arrivando a presentare l’intervento americano come possibile “aiuto” alla ricerca di libertà. È la miscela classica: disordine interno, tentazioni esterne, e il rischio che Teheran trasformi la piazza in un dossier di sicurezza nazionale, allargando lo scontro.

Il ministro degli Esteri israeliano Gideon Saar ha chiesto all’Unione Europea di designare il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica come organizzazione terroristica. Per Israele è una mossa coerente: colpire il nodo che collega politica, sicurezza e rete regionale di alleati. Per l’Europa è una scelta ad alto costo: avrebbe conseguenze legali, diplomatiche e potenzialmente economiche, irrigidendo i canali con Teheran in un momento in cui la regione è già carica di tensioni.

Il punto, alla fine, è che questo accordo non è solo un testo di cooperazione. È un tassello di un sistema: deterrenza verso l’Iran, consolidamento industriale nel settore della difesa, e costruzione di una narrativa comune tra Israele e una potenza europea centrale. Ma è anche una scommessa: più la crisi iraniana si intensifica, più cresce la probabilità che parole e contratti diventino parte del conflitto. E in quel caso, Berlino scoprirà quanto è difficile essere, insieme, garante morale, partner strategico e attore europeo che cerca stabilità regionale.