di Francesco Pontelli –
La Knesset, cioè il Parlamento israeliano, ha approvato una legge che introduce la pena di morte per reati di terrorismo. La norma, fortemente sostenuta dalla coalizione di governo, in particolare dal ministro Itamar Ben-Gvir, prevede l’esecuzione per impiccagione nei casi di omicidio con movente nazionalista o razzista, commesso con l’intento di danneggiare lo Stato di Israele.
La competenza per questi procedimenti sarà affidata ai tribunali militari. È inoltre esclusa in modo esplicito qualsiasi possibilità di grazia o clemenza.
In Iran, invece, la pena di morte rappresenta da tempo un elemento strutturale del sistema giudiziario. In quanto repubblica teocratica, il Paese applica la pena capitale sulla base della Sharia (legge islamica), in un contesto in cui il potere religioso e quello giudiziario risultano strettamente intrecciati.
In altre parole, che si tratti di un tribunale militare autorizzato a emettere condanne a morte o di un tribunale religioso, entrambi i sistemi sollevano interrogativi rispetto a uno dei pilastri delle democrazie occidentali: il rispetto del diritto alla vita.
Oggi più che mai emerge un paradosso. Israele, che si richiama a un modello di democrazia occidentale pur definendosi “Stato ebraico” e quindi confessionale, e la Repubblica Islamica dell’Iran, che si definisce apertamente una teocrazia, appaiono profondamente distanti per storia e struttura istituzionale. Eppure, nella pratica, sembrano avvicinarsi più di quanto essi stessi riconoscano.
La sospensione o limitazione dei diritti civili, giustificata da motivazioni di natura politica, identitaria o religiosa, finisce per produrre dinamiche simili nei due contesti, riducendo le distanze tra modelli apparentemente opposti.




