
di Samuele Lucia –
Israele si avvicina a una nuova fase di instabilità politica. Le tensioni interne alla coalizione guidata da Benjamin Netanyahu e le crescenti divisioni tra i partiti di governo alimentano l’ipotesi di elezioni anticipate, in un contesto già segnato dalla guerra nella Striscia di Gaza e dalle tensioni regionali con Iran e Hezbollah.
La possibile apertura di una nuova campagna elettorale arriva mentre l’estrema destra religiosa e nazionalista continua ad ampliare il proprio peso politico all’interno dell’esecutivo israeliano. Un’evoluzione che, secondo numerosi osservatori, sta modificando in profondità gli equilibri politici e istituzionali del Paese.
Il peso crescente dell’estrema destra.
Negli ultimi anni partiti ultranazionalisti e religiosi hanno consolidato la propria posizione all’interno della coalizione di governo, diventando indispensabili per la sopravvivenza politica di Netanyahu.
Tra le figure più influenti emerge Itamar Ben-Gvir, leader dell’ultradestra israeliana e sostenitore di una linea particolarmente dura sul piano securitario e identitario.
I partiti della destra religiosa spingono per:
– rafforzamento delle misure di sicurezza
– espansione degli insediamenti in Cisgiordania
– maggiore controllo politico sulla magistratura
– riduzione dello spazio negoziale con i palestinesi
La guerra iniziata dopo gli attacchi di Hamas ha ulteriormente rafforzato il consenso verso posizioni considerate più radicali sul piano della sicurezza nazionale.
La crisi della coalizione.
Nonostante la compattezza mostrata durante le fasi più acute del conflitto, all’interno del governo israeliano restano profonde divergenze politiche.
Le tensioni riguardano:
– la gestione della guerra a Gaza
– il futuro dei territori palestinesi
– il ruolo della magistratura
– i rapporti con gli Stati Uniti
– la leva obbligatoria per gli ultraortodossi
Secondo media israeliani, l’ipotesi di uno scioglimento anticipato della Knesset viene considerata sempre più concreta nel caso in cui la coalizione non riesca a mantenere una maggioranza stabile nei prossimi mesi.
Un ritorno alle urne aprirebbe una nuova fase di forte polarizzazione politica in un Paese già attraversato da divisioni interne e tensioni sociali.
Netanyahu tra pressione interna e isolamento internazionale.
La leadership di Benjamin Netanyahu resta sotto pressione sia sul piano interno sia su quello internazionale.
Da un lato il premier continua a presentarsi come garante della sicurezza israeliana in una fase di forte instabilità regionale; dall’altro cresce il malcontento di parte dell’opinione pubblica per la gestione della guerra e della crisi politica interna.
Anche sul piano diplomatico aumentano le difficoltà. Diversi governi occidentali e organizzazioni internazionali hanno espresso preoccupazione per il ruolo crescente dell’estrema destra nel governo israeliano e per le conseguenze umanitarie del conflitto a Gaza.
Negli Stati Uniti, storico alleato di Israele, il sostegno strategico rimane solido, ma non mancano segnali di tensione tra Washington e l’esecutivo israeliano su alcune scelte militari e diplomatiche.
Un passaggio decisivo per la politica israeliana.
L’eventuale convocazione di nuove elezioni potrebbe trasformarsi in uno dei passaggi politici più importanti degli ultimi anni per Israele.
Il voto arriverebbe infatti in un momento segnato da:
– guerra regionale
– crisi della sicurezza
– tensioni istituzionali
– crescita dell’estrema destra
– polarizzazione sociale
Per molti analisti il risultato delle prossime elezioni sarà decisivo per comprendere se Israele proseguirà lungo l’attuale traiettoria politica oppure se emergeranno forze capaci di riportare il sistema verso posizioni più moderate.
In ogni caso, l’ascesa delle forze nazionaliste religiose appare destinata a influenzare a lungo gli equilibri interni del Paese e il quadro geopolitico del Medio Oriente.










