
di Samuele Lucia –
Per anni il premier israeliano ha autorizzato i fondi qatarioti a Gaza per dividere i palestinesi. Dopo il 7 ottobre, ex capi dello Shin Bet e giornalisti israeliani lo accusano: “Ha rafforzato il nemico che diceva di voler distruggere”
Per anni le immagini delle valigie piene di contanti che entravano a Gaza dal valico di Erez sono state il simbolo più controverso della politica di Benjamin Netanyahu. Soldi del Qatar, centinaia di milioni di dollari tra il 2018 e il 2023, che passavano con l’autorizzazione del governo israeliano.
Ufficialmente servivano a pagare stipendi, carburante e aiuti umanitari. In realtà, secondo ex capi dello Shin Bet, giornalisti di Haaretz e del New York Times, servivano a un calcolo politico: tenere in vita Hamas per evitare un accordo di pace.
È questo il cuore dei Bibi Files, il documentario che ha riaperto in Israele il dibattito più scomodo per Netanyahu. La tesi è semplice e devastante: il premier ha trattato Hamas come un “nemico utile”. Abbastanza forte da governare Gaza e spezzare in due la Palestina. Abbastanza debole da non rappresentare una minaccia esistenziale. Almeno fino al 7 ottobre 2023.
La strategia della divisione.
Tra il 2018 e il 2023 il Qatar ha inviato a Gaza centinaia di milioni di dollari con il via libera di Gerusalemme. Netanyahu sosteneva che senza quei soldi la Striscia sarebbe collassata, provocando una nuova guerra.
Ma dietro la giustificazione umanitaria c’era altro. Lo ha scritto Ronen Bergman sul New York Times: una politica di contenimento miope basata sull’illusione di poter controllare Hamas senza eliminarlo. Lo ha ripetuto Anshel Pfeffer, biografo di Netanyahu e firma di Haaretz: la divisione tra Gaza islamista e Cisgiordania sotto l’ANP era un vantaggio strategico per la destra israeliana.
Un Hamas forte a Gaza significava una Palestina spaccata. E una Palestina spaccata significava niente negoziati, niente Stato palestinese, niente pressione internazionale su Israele.
Barak Ravid, esperto di diplomazia mediorientale, ha documentato per anni i rapporti indiretti tra Israele, Qatar e Hamas. Gideon Levy, editorialista di Haaretz, è stato ancora più duro: “Netanyahu ha alimentato Hamas per sabotare la soluzione politica”.
Il 7 ottobre cambia tutto.
L’attacco di Hamas ha fatto esplodere l’equilibrio. Quella che per anni era stata chiamata “contenimento” è diventata, agli occhi di molti israeliani, un fallimento storico.
La domanda è circolata ovunque: Hamas è cresciuto nonostante Netanyahu o anche grazie alle sue scelte? Ex ufficiali dell’intelligence, commentatori militari, familiari delle vittime hanno iniziato a dirlo a voce alta. E oggi il tema è entrato nelle piazze, nei media, nei processi politici.
Netanyahu rischia su due fronti. Il primo è quello giudiziario: i processi per corruzione a Gerusalemme, fermi da anni grazie all’immunità di premier, potrebbero accelerare se cade. Il secondo è quello politico: le accuse di aver rafforzato il nemico che prometteva di distruggere.
Il punto dei Bibi Files non è che Netanyahu e Hamas fossero alleati. È che una parte della leadership israeliana ha ritenuto utile mantenere Hamas al potere a Gaza per congelare il conflitto.
Per anni ha funzionato. Hamas restava confinato nella Striscia, Israele controllava militarmente la situazione, il processo di pace restava morto. Poi il 7 ottobre ha fatto saltare il tavolo.
E oggi la domanda che nessuno può più evitare è questa: il sistema costruito da Netanyahu ha contribuito, direttamente o indirettamente, alla crescita del nemico che prometteva di distruggere?










