Israele. Continua il sostegno della Francia alla capacità militare offensiva

di Giuseppe Gagliano

In un’Europa attraversata da crisi politiche, morali e strategiche, la vicenda delle forniture francesi di materiali per droni militari israeliani arriva come una scossa che mette a nudo contraddizioni che vanno ben oltre il rapporto bilaterale tra Parigi e Tel Aviv. I fatti sono chiari: mentre la guerra a Gaza ha imposto al resto d’Europa la sospensione di quasi tutte le esportazioni militari verso Israele, la Francia ha continuato a finanziare, direttamente o indirettamente, la capacità offensiva dell’aviazione israeliana. E lo ha fatto non solo con autorizzazioni esplicite, ma anche attraverso una struttura normativa cucita su misura per evitare controlli e licenze che avrebbero ostacolato le consegne.
Il caso più recente riguarda la società Sermat, specializzata in elettromeccanismi per ambiti aeronautici e militari. Otto alternatori destinati ai droni Hermes 900 di Elbit Systems, la spina dorsale dell’apparato israeliano a Gaza, sono stati imbarcati verso Israele solo una settimana dopo il cessate il fuoco. Sono componenti vitali: alimentano sistemi di bordo, garantiscono autonomia e stabilità, e possono essere integrati in piattaforme in grado di colpire obiettivi per 30 ore consecutive. Non è un episodio isolato: dal 2024 ad oggi Sermat ha fornito quasi duecento dispositivi tra alternatori e attuatori, per un valore superiore agli ottocentomila euro. Tutti senza licenza, perché una decisione di Bercy del 2012 – mai rivista – ha escluso questi componenti dal perimetro dei “beni a doppio uso”.
Il paradosso è politico e strategico. Parigi continua a presentarsi come garante del diritto internazionale, promotrice di un cessate il fuoco stabile e interlocutore indispensabile nei negoziati sul futuro di Gaza, mentre allo stesso tempo equipaggia una delle forze armate più attive nei bombardamenti. La discrepanza è evidente anche all’interno dell’Europa: Italia, Spagna, Belgio e Olanda hanno sospeso le esportazioni; la Francia no. Una scelta che non nasce dal caso, ma da una linea storica: Parigi considera l’industria militare non solo un comparto produttivo, ma un’estensione del proprio peso geopolitico. E Israele resta, per tecnologia e intelligence, un partner che la Francia non vuole perdere, soprattutto nel Mediterraneo orientale, nel Sahel post-francese e nel contrasto alla penetrazione iraniana.
Le implicazioni economiche non sono marginali. L’industria militare francese vale oltre 27 milioni di euro l’anno in export verso Israele, più altri 74 milioni in beni a doppio uso. In un Paese dove la difesa è uno dei pochi settori industriali con saldo commerciale positivo, ogni fornitura pesa. Ma questo ragionamento industriale rischia di erodere credibilità internazionale e di alimentare tensioni interne, perché le associazioni che denunciano il governo, come JURDI, stanno portando la questione davanti ai tribunali per “omissione nel prevenire un rischio di genocidio”. Se i giudici dovessero riconoscere anche solo una quota di responsabilità, Parigi si troverebbe davanti a un precedente devastante.
Sul piano militare, la questione è altrettanto rilevante. Gli Hermes 900 e 450 sono droni da attacco strategico, utilizzati per individuare obiettivi, guidare missili e condurre operazioni chirurgiche. Le loro componenti francesi non rappresentano solo tecnologia esportata: sono l’ingranaggio che consente all’aviazione israeliana di mantenere una continuità operativa di lunga durata. In altre parole, senza la filiera industriale europea, ufficiale o elusiva, la capacità di fuoco israeliana sarebbe più limitata. Le indagini su attacchi che hanno colpito operatori umanitari e civili mostrano spesso resti di munizionamento compatibile con sistemi trasportati proprio da questi droni.
Il nodo geopolitico, infine, è il più pesante. Mentre la Corte internazionale di giustizia parla apertamente di rischio genocidio, e mentre l’opinione pubblica europea preme per un allineamento alle norme internazionali, la Francia sceglie la continuità. È una scelta che tradisce una visione del mondo: Parigi si vede ancora come potenza autonoma, non vincolata dai vincoli del multilateralismo europeo e decisa a mantenere margini di manovra nella difesa, anche a costo di scontrarsi con i propri partner. Ma questo margine si restringe. Il resto dell’Europa non accetta più facilmente la dissonanza tra il messaggio politico e la realtà delle spedizioni. E l’avvicinarsi di nuove scadenze giudiziarie rischia di trasformare il dossier Sermat in un caso politico nazionale.
Quello che emerge è l’incapacità, o la mancanza di volontà, della Francia di ripensare il proprio rapporto con Israele in una fase di conflitto che sta ridisegnando la percezione internazionale delle responsabilità. Il futuro del dossier dipenderà dalle decisioni dei tribunali amministrativi, dalle pressioni internazionali e dal grado di trasparenza che Parigi deciderà di concedere. Ma una cosa è certa: la politica dell’“ambiguità operativa” che ha caratterizzato la Francia negli ultimi anni sta arrivando al capolinea.