di Giuseppe Gagliano –
Quando, nell’ottobre 2023, Israele assegnò dodici licenze di esplorazione a sei società nel Mediterraneo, l’annuncio fu letto come un gesto di continuità in piena guerra: si va avanti, si investe, si resta affidabili. Riletto nel febbraio 2026, quel gesto appare piuttosto l’inizio di una traiettoria: il gas è diventato una componente della postura strategica israeliana. Nel frattempo alcune scelte si sono tradotte in fatti concreti: nel 2025 sono state formalizzate licenze al consorzio con Bp, la compagnia di Stato azera e un operatore israeliano per aree vicine al grande giacimento Leviathan; nell’agosto 2025 è stato annunciato un maxi accordo di fornitura verso l’Egitto, valutato fino a 35 miliardi di dollari; e a gennaio 2026 è arrivata la decisione di investimento per espandere Leviathan, con l’obiettivo di aumentare sensibilmente la produzione nei prossimi anni. Tradotto: non era propaganda da tempo di guerra, era la costruzione di un pilastro economico e diplomatico.
Nel pieno del conflitto Israele ha scelto di distribuire licenze per cercare nuovi giacimenti, coinvolgendo grandi gruppi internazionali come Bp e l’italiana Eni, insieme a partner regionali e locali. Il messaggio non era tecnico, era politico: lo Stato resta investibile, l’apparato energetico non si ferma, la guerra non deve trasformarsi in un blocco strategico. C’è anche una dimensione interna, quasi psicologica: se l’energia regge, reggono i conti pubblici, regge la fiducia, regge una parvenza di normalità. È il gas come stabilizzatore del sistema.
Sul piano economico la logica è stata tripla. Primo: proteggere il mercato interno dalla volatilità bellica. La sospensione della produzione in un grande giacimento nel 2023, decisa per ragioni di sicurezza, ha ricordato che gli impianti in mare non sono “fuori dal conflitto”: basta un rischio credibile per fermare la macchina, e un fermo può valere quanto un colpo diretto. Secondo: trasformare la rendita del gas in architrave di bilancio, tra entrate fiscali, canoni e ricadute industriali. Terzo: spingere sull’esportazione come leva di politica estera, soprattutto verso l’Egitto e la Giordania, con l’Europa sullo sfondo come mercato finale attraverso le infrastrutture egiziane.
Qui entra un calcolo spesso taciuto: la presenza di grandi società straniere moltiplica gli interessi “terzi” nell’area. Non è una garanzia, ma alza il costo politico di una destabilizzazione prolungata. Il gas, in altre parole, non produce solo elettricità: produce vincoli, aspettative, dipendenze.
In guerra le infrastrutture energetiche sono sempre due cose insieme: obiettivo e scudo. Obiettivo, perché colpirle significa colpire economia e vita quotidiana; scudo, perché la loro importanza impone protezione, sorveglianza, risposta. Le licenze rilasciate vicino ai grandi giacimenti implicano attività di ricerca, perforazioni, mezzi tecnici, personale, assicurazioni: tutto più caro, tutto più esposto, tutto più dipendente dalla copertura militare e dall’intelligence. La guerra rende ogni passaggio più costoso, ma proprio per questo proseguire diventa un messaggio di deterrenza: “noi continuiamo, quindi non avete ottenuto l’effetto strategico che cercavate”.
L’espansione decisa nel 2026 aggiunge un elemento: se si investe per aumentare la produzione, si accetta che il rischio non è episodico ma strutturale. E quindi la sicurezza non è più un’appendice del progetto industriale: ne diventa parte integrante.
Il gas israeliano è un moltiplicatore di rapporti politici. L’accordo con l’Egitto non è solo un contratto: è una catena di dipendenze che lega stabilità energetica, consenso interno, flussi commerciali e, indirettamente, anche la postura regionale. Per Il Cairo, che ha sofferto carenze e costi elevati di approvvigionamento, il gas israeliano è ossigeno economico; per Israele è influenza: entrate, legittimazione, integrazione regionale. In questo schema, l’Europa resta una variabile: non tanto come alleato militare, quanto come mercato e come simbolo di normalizzazione economica. La geoeconomia funziona così: non servono dichiarazioni solenni, bastano tubi, contratti, investimenti.
Per l’Italia la presenza di Eni è un dossier doppio. Da un lato opportunità industriale e proiezione mediterranea; dall’altro rischio reputazionale, perché ogni scelta energetica in quell’area viene trascinata dentro la politica del conflitto. È il prezzo di ogni energia “strategica”: non esiste più come affare neutro.
Israele ha usato le licenze come strumento di politica nazionale e internazionale: rafforzare l’autonomia, attrarre capitali, costruire legami. Ma la guerra trasforma ogni metro cubo di gas in un fatto politico e ogni investimento in una scommessa sulla sicurezza. Se produzione ed esportazioni reggeranno, il Paese avrà guadagnato non solo energia ma influenza. Se invece il fronte dovesse allargarsi e rendere intermittenti o vulnerabili le infrastrutture, la stessa strategia potrebbe cambiare nome: da resilienza a esposizione. Ed è proprio qui che il gas smette di essere una risorsa e diventa, nel bene e nel male, una parte del conflitto.




