di Giuseppe Gagliano

Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha promesso “piaghe bibliche” allo Yemen degli Houthi, garantendo di volerlo trasformare in un campo di battaglia parallelo in cui Israele misura la propria capacità di contenere l’influenza iraniana e al tempo stesso lanciare un messaggio politico a tutto il Medio Oriente.

Gli Houthi, sostenuti militarmente e finanziariamente da Teheran, hanno trovato nello scontro con Israele un’occasione per consolidare la loro legittimità interna e rafforzare il proprio ruolo nello scacchiere regionale. Il lancio di missili balistici e droni verso Israele, così come gli attacchi alle navi nel Mar Rosso, non sono soltanto azioni militari. Sono strumenti di pressione geopolitica: bloccare le rotte marittime globali, minare la sicurezza energetica e colpire uno dei cardini dell’economia mondiale, il transito attraverso Suez.

Israele, rispondendo con raid contro porti e infrastrutture strategiche come Hodeidah o l’aeroporto di Sana’a, punta a erodere la capacità logistica e politica degli Houthi. Ma di fatto contribuisce ad amplificare l’instabilità del Mar Rosso, già indebolito dalla guerra in Sudan e dalle tensioni Etiopia-Egitto sulla diga del Nilo Azzurro.

La vera posta in gioco non è solo militare. Gli attacchi Houthi hanno fatto impennare i costi assicurativi per le navi commerciali, ridotto i flussi energetici e obbligato le grandi compagnie marittime a deviare le rotte verso il Capo di Buona Speranza, con settimane di ritardo e costi aggiuntivi. Il Mar Rosso, corridoio per circa il 12% del commercio globale e il 10% del traffico petrolifero mondiale, rischia di diventare una zona economicamente impraticabile.

Per Israele questa minaccia è duplice: mina i rapporti con gli Emirati e l’Arabia Saudita – che dipendono dalla stabilità della regione per i loro progetti di diversificazione economica – e indebolisce il fragile asse che si era formato con gli Accordi di Abramo. Per gli Houthi, al contrario, è un moltiplicatore di potere: con mezzi relativamente limitati riescono a influenzare dinamiche economiche globali.

La crisi ha assunto anche una dimensione diplomatica. Il sequestro da parte degli Houthi di membri del personale ONU e l’accusa di “spionaggio” ai funzionari delle Nazioni Unite rientrano in una strategia di delegittimazione delle istituzioni internazionali. Israele, colpendo al cuore la leadership Houthi, ha favorito indirettamente questa dinamica: i ribelli cercano di dimostrare di poter dettare condizioni non solo sul campo di battaglia ma anche sul terreno diplomatico.

L’ONU, già marginalizzata nella gestione della guerra di Gaza, rischia così di perdere ulteriore credibilità in Medio Oriente. Un indebolimento che avvantaggia tanto le potenze regionali – Iran in primis – quanto gli attori che mirano a sostituire le istituzioni multilaterali con accordi bilaterali o blocchi regionali.

Dal punto di vista militare la sfida Houthi-Israele ha una valenza simbolica e operativa. Simbolica, perché per la prima volta Israele si trova a dover fronteggiare missili e droni provenienti da oltre 1500 chilometri di distanza, segno della capacità iraniana di proiettare potenza a lungo raggio tramite proxy. Operativa, perché costringe Tel Aviv a diversificare il proprio apparato di difesa missilistica, già messo a dura prova da Hamas e Hezbollah.

La prospettiva di una guerra “multi-fronti” è oggi una realtà: Gaza, Libano, Siria, Yemen. Israele, che intende dimostrare deterrenza assoluta, rischia però di trovarsi in un logoramento asimmetrico. I costi per intercettare i missili Houthi sono molto superiori a quelli sostenuti dai ribelli per lanciarli, e questo sbilanciamento rischia di protrarsi a lungo.

La guerra tra Israele e gli Houthi si innesta in una più ampia ridefinizione delle gerarchie regionali. L’Iran, pur sotto pressione interna ed economica, guadagna centralità come potenza capace di destabilizzare i corridoi globali. L’Arabia Saudita e gli Emirati, pur ostili agli Houthi, si trovano in una posizione ambigua: temono l’espansione iraniana ma non vogliono essere trascinati in una guerra diretta che potrebbe compromettere le loro agende di sviluppo (Vision 2030, Expo 2030).

Gli Stati Uniti, già impegnati in Ucraina e nel contenimento della Cina, rischiano di dover aumentare la presenza navale nel Mar Rosso, moltiplicando i costi di una sicurezza collettiva che non trova più un consenso internazionale. L’Europa, dipendente dalle rotte energetiche e commerciali di Suez, resta spettatrice impotente: paga il prezzo della destabilizzazione senza avere la capacità politica di incidere.

La promessa israeliana di infliggere “piaghe bibliche” agli Houthi non è quindi una boutade retorica, ma la fotografia di una guerra che si globalizza. Non più un conflitto confinato a Gaza o al Levante, ma un terremoto che attraversa i corridoi energetici e commerciali del pianeta. Lo Yemen, spesso relegato ai margini delle analisi internazionali, diventa così un nodo strategico: un punto in cui si intrecciano religione, geopolitica, commercio globale e sicurezza energetica.

In tutta risposta gli Hourhi hanno lanciato oggi tre droni su Israele: uno ha colpito l’aeroporto di Ramon, nel sud, mentre due sono stati neutralizzati dagli elicotteri.