di Giuseppe Gagliano –

La sentenza emessa dalla Corte Internazionale di Giustizia (CIG) il 22 ottobre rappresenta un punto di svolta nella crisi di Gaza. I giudici dell’Aja hanno stabilito che Israele, in quanto potenza occupante, ha l’obbligo giuridico di consentire il passaggio e la distribuzione degli aiuti umanitari delle Nazioni Unite alla popolazione palestinese. Si tratta di un pronunciamento che non solo riafferma principi fondamentali del diritto umanitario internazionale, ma apre scenari delicati per la diplomazia e la gestione del conflitto.

Il presidente della Corte, Yuji Iwasawa, ha sottolineato come Israele non abbia fornito prove sufficienti per giustificare il blocco imposto alle attività di UNRWA, accusata da Tel Aviv di essere infiltrata da membri di Hamas. L’organo giudicante ha stabilito che, in assenza di evidenze credibili, Israele non può ostacolare le operazioni umanitarie in nome della sicurezza nazionale.

Il pronunciamento arriva in un contesto drammatico: dopo due anni di guerra, oltre 640.000 persone vivono in condizioni di insicurezza alimentare estrema, mentre 6.000 camion carichi di beni essenziali attendono di entrare nella Striscia. La sospensione degli aiuti ha avuto conseguenze devastanti per una popolazione già stremata, acuendo fame e crisi sanitaria.

Per l’Onu, rappresentata dal segretario generale António Guterres, la decisione della Corte segna un “passo cruciale” per ristabilire un canale umanitario stabile. Il World Food Programme ha già annunciato un aumento delle forniture giornaliere, puntando a far transitare circa 750 tonnellate di aiuti al giorno.

Dal canto suo, il Ministero degli Esteri israeliano ha definito la decisione “politica e prevedibile”, respingendo ogni accusa di violazione del diritto internazionale. Tel Aviv sostiene di aver rispettato i suoi obblighi, accusando l’UNRWA di collusioni terroristiche. La spaccatura tra narrativa giuridica e politica si fa quindi più profonda, con effetti immediati sulla cooperazione con le Nazioni Unite.

Le implicazioni non si fermano al piano umanitario. La decisione della CIG mette sotto pressione i Paesi occidentali, molti dei quali sono tradizionali alleati di Israele e al tempo stesso finanziatori dell’UNRWA. Sullo sfondo, si apre un interrogativo cruciale: come conciliare l’alleanza politica con Tel Aviv con il rispetto delle norme internazionali che impongono il libero passaggio degli aiuti?

Questa tensione rischia di diventare uno strumento geopolitico nelle mani di attori regionali e globali. Da un lato, i Paesi arabi e una parte del Sud globale potranno invocare la sentenza per chiedere una maggiore pressione diplomatica su Israele; dall’altro, Washington e Bruxelles dovranno calibrare attentamente il loro sostegno, per evitare di trovarsi isolati sul piano multilaterale.

Israele ha già annunciato che non coopererà con l’UNRWA. Tale posizione rischia di tradursi in nuove frizioni nelle sedi internazionali, alimentando tensioni politiche e spingendo alcuni Stati verso iniziative unilaterali. Se l’obbligo sancito dalla CIG dovesse essere disatteso, è plausibile che si apra una nuova stagione di sanzioni simboliche, pressioni diplomatiche e ricorsi presso altri organi internazionali.

Sul terreno, tuttavia, la popolazione di Gaza continua a pagare il prezzo più alto. La guerra ha già causato oltre 68.000 morti secondo il Ministero della Salute di Gaza, e l’erosione delle infrastrutture civili rende la ripresa sempre più complessa. La sentenza della CIG non ha valore coercitivo immediato, ma può diventare una leva importante per rilanciare una dinamica diplomatica stagnante.

Il pronunciamento dell’Aja è un messaggio diretto non solo a Israele, ma all’intera comunità internazionale: il diritto umanitario non è un accessorio della guerra, ma un vincolo giuridico. In un momento in cui gli equilibri mediorientali sono profondamente instabili e la credibilità delle Nazioni Unite è in discussione, la decisione della Corte rappresenta un tentativo di riaffermare la centralità delle regole.

La partita non è soltanto morale o giuridica: è anche strategica. Ogni gesto che Israele e i suoi alleati compiranno nei prossimi giorni sarà letto non solo nei corridoi diplomatici ma anche sui campi di battaglia dell’opinione pubblica globale, dove consenso e legittimità sono armi potenti quanto i missili.