di Giuseppe Gagliano –
La decisione della Camera d’appello della Corte penale internazionale di respingere il ricorso israeliano contro l’indagine su Gaza segna un passaggio che va ben oltre la tecnica giuridica. Formalmente, la Corte ha stabilito che l’indagine avviata nel 2021 sui presunti crimini nei Territori palestinesi occupati copre anche gli eventi successivi al 7 ottobre 2023. Sostanzialmente, però, ha riaffermato un principio destinato a produrre effetti politici duraturi: il conflitto israelo-palestinese non è più solo materia di negoziato diplomatico o di gestione militare, ma rientra a pieno titolo nel perimetro del diritto penale internazionale.
I mandati di arresto emessi nel novembre 2024 contro Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant restano quindi validi. Non perché la Corte abbia già accertato responsabilità, ma perché ha deciso di non fermarsi davanti alle obiezioni procedurali avanzate da Israele. È un passaggio chiave, perché priva Tel Aviv di una delle sue principali linee difensive: quella secondo cui l’operazione a Gaza costituirebbe una “nuova situazione” giuridica, distinta dal quadro investigativo precedente.
Il cuore della decisione sta in un concetto tanto semplice quanto politicamente esplosivo: la continuità. Per la Corte l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, pur rappresentando uno shock strategico e umano, non interrompe il filo giuridico che lega le condotte precedenti e successive. I giudici parlano esplicitamente di “continuità nel modello”, riconoscendo che il contesto è cambiato, ma non la natura delle questioni sottoposte alla Corte.
È un’affermazione che Israele respinge con forza, perché mina la narrativa dell’eccezionalità assoluta del 7 ottobre come spartiacque giuridico e morale. Per Tel Aviv, quell’attacco giustifica una risposta militare straordinaria. Per la CPI invece anche una risposta a un’aggressione può rientrare nel perimetro di valutazione penale se viola il diritto internazionale umanitario.
La reazione dell’ufficio del primo ministro è indicativa: la Corte viene accusata di essere “politica, non giudiziaria”. È un argomento ricorrente, che Israele utilizza da anni per delegittimare la CPI, insieme ad altri tre pilastri difensivi. Il primo è il rifiuto della giurisdizione, basato sulla non adesione di Israele allo Statuto di Roma. Il secondo è la contestazione dello status statale della Palestina, e quindi della sua capacità di conferire giurisdizione alla Corte. Il terzo è il principio di complementarità: Israele sostiene di disporre di meccanismi interni efficaci per indagare e punire eventuali crimini commessi dalle proprie forze armate.
I numeri citati dalle IDF, cioè di decine di indagini penali e centinaia di accertamenti operativi, servono a rafforzare questa tesi. Ma per la CPI non sono sufficienti a bloccare l’azione del procuratore, soprattutto quando le indagini interne non vengono considerate capaci o disposte ad affrontare le responsabilità politiche e di comando.
La decisione della Corte d’appello si inserisce in un clima internazionale sempre più critico nei confronti di Israele. Il caso di genocidio presentato dal Sudafrica alla Corte internazionale di giustizia, le richieste di indagini indipendenti da parte di vari Stati e le prese di posizione di alcune capitali europee hanno creato un ambiente diplomatico più ostile rispetto al passato.
I mandati di arresto, pur difficilmente eseguibili nel breve periodo, hanno già prodotto effetti concreti. Diversi Stati membri della CPI hanno chiarito che, in linea teorica, sarebbero obbligati ad arrestare Netanyahu e Gallant qualora entrassero nei loro territori. Questo limita la libertà di movimento del primo ministro israeliano e introduce un elemento di isolamento personale che pesa anche sul piano politico interno.
Dal punto di vista geopolitico, il caso CPI-Israele evidenzia una frattura sempre più evidente tra l’architettura giuridica internazionale e i rapporti di forza reali. Israele resta una potenza militare regionale, sostenuta dagli Stati Uniti e capace di imporre sul terreno le proprie linee rosse. La Corte, dal canto suo, non dispone di strumenti coercitivi autonomi e dipende dalla cooperazione degli Stati.
Eppure la decisione assunta due giorni fa mostra che il diritto internazionale, pur fragile, continua a produrre effetti cumulativi. Non ferma le guerre, ma incide sulla legittimità, sui margini di manovra diplomatica, sull’immagine internazionale dei leader coinvolti.
Il rigetto dell’appello israeliano non chiude il dossier. Ci saranno altre fasi procedurali, altre contestazioni giurisdizionali, altre occasioni per rallentare o circoscrivere l’azione della Corte. Ma una soglia è stata superata. Per la prima volta, un primo ministro israeliano in carica si trova formalmente sotto mandato di arresto internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità.
In un Medio Oriente già attraversato da conflitti, questa dimensione giuridica aggiunge un nuovo livello di instabilità. Non è detto che produca giustizia in tempi brevi. È certo, però, che contribuisce a ridefinire il quadro: la guerra di Gaza non è più solo una questione militare o politica. È diventata anche un caso simbolo del difficile rapporto tra potenza, diritto e responsabilità nel sistema internazionale contemporaneo.




