Israele. La detenzione dei palestinesi quale strumento strutturale dell’occupazione

di Guido Keller

L’ex ufficiale dei Marines Matthew Hoh accusa Israele e gli Stati Uniti di avere trasformato la detenzione dei palestinesi in uno strumento strutturale dell’occupazione. La sua denuncia pesa perché arriva da un uomo che ha servito nell’apparato militare e diplomatico americano in Iraq e Afghanistan prima di rompere pubblicamente con Washington nel 2009, dimettendosi contro l’escalation della guerra afghana.
Secondo Hoh, le violenze denunciate nelle carceri israeliane non rappresentano una degenerazione recente legata alla guerra di Gaza, ma fanno parte di un sistema consolidato da decenni. Torture, umiliazioni, violenze sessuali e abusi contro detenuti palestinesi, sostiene, non sarebbero episodi isolati ma il riflesso di una struttura politica fondata sul controllo permanente della popolazione occupata.
Nel suo intervento Hoh richiama anche le testimonianze raccolte a Hebron, città simbolo della frammentazione della Cisgiordania, dove l’occupazione si manifesta nella separazione fisica tra coloni israeliani e palestinesi, nei checkpoint, nelle restrizioni ai movimenti e nella presenza militare costante. L’ex ufficiale racconta di avere incontrato l’attivista palestinese Issa Amro e di avere ascoltato direttamente i racconti sugli abusi subiti durante arresti e detenzioni.
Particolarmente grave, secondo Hoh, è la questione dei minori palestinesi arrestati durante incursioni notturne nelle abitazioni. Citando rapporti di organizzazioni internazionali, sostiene che centinaia di adolescenti vengano fermati ogni anno, sottoposti a interrogatori, intimidazioni e perquisizioni degradanti. Per l’ex ufficiale americano, colpire i minori significa colpire l’intera società palestinese e trasformare la paura in uno strumento di controllo collettivo.
Hoh afferma inoltre che la repressione non produce stabilità politica ma alimenta ulteriore radicalizzazione. La detenzione di massa, gli arresti e l’umiliazione quotidiana possono imporre il controllo nel breve periodo, ma non eliminano il conflitto né costruiscono consenso. Al contrario, ogni abuso diventa memoria collettiva e rafforza l’ostilità verso l’occupazione.
Nel mirino dell’ex militare c’è anche il ruolo degli Stati Uniti. Secondo Hoh, Washington non può considerarsi estranea a quanto avviene nei territori palestinesi perché resta il principale garante militare, economico e diplomatico di Israele. Questo, sostiene, indebolisce la credibilità occidentale quando Stati Uniti ed Europa parlano di diritti umani contro altri avversari internazionali.
La sua analisi si estende anche alla dimensione economica dell’occupazione. Sistemi di sorveglianza, tecnologie biometriche, droni e apparati di sicurezza trasformano la Palestina, secondo Hoh, in un laboratorio permanente di controllo esportabile all’estero. Un modello che però rischia di avere costi reputazionali crescenti per Israele e per le aziende coinvolte nel settore della sicurezza.
Nel finale della sua riflessione, Hoh collega il sistema carcerario alla strategia più ampia del governo Netanyahu, sostenendo che la guerra permanente e il controllo dei territori palestinesi siano diventati parte integrante della sopravvivenza politica israeliana. Ma avverte che nessuna superiorità militare può trasformarsi in pace duratura se si fonda sulla paura, sulla detenzione e sulla negazione dei diritti.
Per Hoh, la vera sconfitta delle occupazioni moderne è proprio questa: mantenere il controllo senza riuscire a ottenere legittimità politica. E una pace costruita sulla prigione permanente, conclude, resta soltanto il prolungamento di una guerra senza fine.