di Giuseppe Gagliano –
Il governo israeliano guidato da Benjamin Netanyahu sta valutando l’annessione di porzioni della Cisgiordania come risposta all’ondata di riconoscimenti dello Stato palestinese da parte dei Paesi occidentali. La riunione convocata per il 4 settembre con ministri chiave – Esteri, Strategici, Finanze – mostra che l’opzione non è più solo retorica, ma entra nell’agenda politica. La coincidenza con l’imminente Assemblea generale dell’Onu, dove Francia, Regno Unito, Canada e altri Paesi annunceranno il loro sostegno a uno Stato palestinese, trasforma la questione in una vera sfida diplomatica globale.
Il riconoscimento da parte di capitali europee e occidentali non è un gesto simbolico isolato: Belgio e altri governi accompagnano la decisione con sanzioni concrete, come il divieto di importare prodotti provenienti dagli insediamenti. Si tratta di un passaggio che sposta la pressione su Israele da un piano politico a uno economico, toccando direttamente la filiera produttiva e commerciale connessa alla colonizzazione. Per Israele, il rischio è che la contestazione internazionale non resti confinata all’arena diplomatica, ma si trasformi in una campagna di isolamento economico.
Netanyahu ha diverse strade: dall’annessione di alcuni insediamenti alla sovranità sull’intera Area C, che copre circa il 60% della Cisgiordania. La proposta di annettere la Valle del Giordano, considerata vitale per la sicurezza dei confini, gode di un consenso trasversale in Israele e viene vista come la più facilmente difendibile sul piano internazionale. Tuttavia, l’estrema destra del governo – Smotrich, Ben Gvir e la leadership dei coloni – rifiuta soluzioni parziali e spinge per un’annessione integrale che circondi i centri abitati palestinesi, riducendo drasticamente la possibilità di uno Stato palestinese contiguo e sostenibile.
Qualsiasi annessione violerebbe le risoluzioni Onu, in particolare la 2334 del 2016, che definisce illegali gli insediamenti. L’eventuale estensione della sovranità israeliana non sarebbe riconosciuta dalla comunità internazionale e potrebbe innescare un’escalation diplomatica senza precedenti. Gli Stati Uniti, pur vicini a Israele, non hanno ancora dato il via libera, consapevoli che un annuncio unilaterale potrebbe compromettere la stabilità regionale e le relazioni con partner come l’Arabia Saudita, che lega ogni normalizzazione con Israele alla prospettiva di uno Stato palestinese.
Il tema della normalizzazione con Riad resta centrale. Nel 2020 Netanyahu aveva già accantonato l’idea di annessione in cambio degli Accordi di Abramo. Oggi, lo stesso schema potrebbe ripetersi: un’annessione parziale per alzare la posta e poi una marcia indietro in cambio di concessioni strategiche da parte saudita. Ma la posizione di Riad è chiara: senza un impegno verso la creazione di uno Stato palestinese, non ci sarà normalizzazione. La leva dell’annessione diventa così uno strumento negoziale, più che un obiettivo militare o territoriale.
Oltre all’annessione, Israele valuta misure mirate: sanzionare l’Autorità Nazionale Palestinese o evacuare villaggi come Khan al-Ahmar. Sono mosse che hanno un alto impatto simbolico e mediatico, e che potrebbero servire a ribadire la linea di forza israeliana senza arrivare a un passo irreversibile come l’annessione totale. Tuttavia, tali azioni rischiano di rafforzare ulteriormente la percezione di un Israele ostile a qualsiasi soluzione politica.
Israele si trova stretto tra pressioni interne ed esterne. Da un lato, una base politica radicalizzata e alleati di governo che spingono verso soluzioni massimaliste. Dall’altro, una comunità internazionale sempre più propensa a riconoscere lo Stato palestinese e pronta a colpire economicamente la politica degli insediamenti. In questo quadro, Netanyahu sembra orientato a guadagnare tempo con mosse graduali e reversibili, mantenendo l’iniziativa ma evitando lo scontro frontale con Washington e Riad. Resta però il rischio che la logica della provocazione continui ad allontanare qualsiasi prospettiva di pace e a minare le basi stesse della sicurezza regionale.












