di Giuseppe Gagliano

Secondo due rapporti pubblicati dal Costs of War Project della Brown University, Israele non avrebbe potuto sostenere le guerre contro Gaza, Libano, Siria, Iran e Yemen senza il supporto finanziario e militare degli Stati Uniti. Dal 7 ottobre 2023 Washington ha erogato tra i 31 e i 34 miliardi di dollari in aiuti militari e operazioni correlate nella regione. Un flusso di risorse tale da garantire la continuità delle offensive israeliane e da fornire copertura politica e diplomatica nei fori internazionali.

Le forniture comprendono munizioni per artiglieria, razzi, bombe e sistemi d’arma avanzati. In meno di due anni, gli USA hanno inviato 90.000 tonnellate di equipaggiamento su 800 voli cargo e 140 navi. La cooperazione militare include programmi congiunti di difesa missilistica come Iron Dome, David’s Sling e Arrow, sviluppati insieme a Lockheed Martin. Israele, pur non essendo il primo importatore globale di armamenti statunitensi, riceve il 78% delle sue forniture militari dagli USA, rafforzando un’integrazione operativa quasi totale.

Fin dalla sua fondazione Israele è stato il maggiore beneficiario degli aiuti americani. L’attuale memorandum d’intesa prevede 3,8 miliardi di dollari l’anno fino al 2028, cui si aggiungono fondi straordinari approvati dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. Washington considera Israele un “principale alleato non NATO”, con accesso privilegiato a piattaforme e tecnologie militari di ultima generazione. Questa relazione speciale permette a Tel Aviv di operare militarmente senza un patto di difesa formale ma con garanzie sostanziali.

La guerra ha però incrinato il consenso domestico. Secondo un sondaggio del The Washington Post, il 40% degli ebrei americani ritiene che Israele stia commettendo un genocidio a Gaza e oltre il 60% parla apertamente di crimini di guerra. L’amministrazione Joe Biden ha inizialmente sostenuto Tel Aviv, ma ha poi sospeso alcune forniture di bombe pesanti nel 2024 a fronte dell’aumento di vittime civili. La successiva amministrazione Donald Trump ha invece revocato i vincoli, rilanciando la cooperazione militare e coordinando attacchi congiunti contro l’Iran nell’estate 2025.

La guerra di Israele a Gaza ha provocato oltre 67mila morti e 169mila feriti, a cui si aggiungono vittime in Libano, Siria, Iran e Yemen. Il conflitto si è esteso oltre i confini della Striscia, trasformandosi in un’operazione regionale sostenuta da un’infrastruttura logistica e finanziaria americana. La posizione di Washington non solo garantisce la continuità delle campagne militari israeliane, ma impedisce anche che si consolidino pressioni diplomatiche significative in sede ONU.

Il sostegno americano a Israele va letto come parte di una strategia più ampia: mantenere il controllo sull’equilibrio di potere regionale e sull’accesso a infrastrutture strategiche in Medio Oriente. Il potere militare israeliano agisce come proiezione indiretta della potenza statunitense, riducendo la necessità di interventi diretti su larga scala. Al tempo stesso, la crescente sfiducia interna negli USA e la tensione internazionale segnalano che questo modello di delega armata comincia a incontrare resistenze, sia politiche che economiche.