di Giuseppe Gagliano –

Il memorandum militare tra Italia e Israele, firmato nel 2003 e ratificato nel 2005, torna al centro del dibattito politico per il suo meccanismo di rinnovo automatico. L’accordo, della durata di cinque anni, si proroga infatti tacitamente in assenza di una revoca formale, trasformando l’inerzia istituzionale in una scelta politica implicita.

Il tema è emerso con forza già nel maggio 2025, quando in Senato si segnalava l’imminenza del rinnovo e si chiedeva al governo di intervenire per interrompere l’intesa. Successivamente, però, sono emerse versioni divergenti sulla scadenza, con indicazioni spostate all’aprile 2026. Una differenza di calendario che non modifica la sostanza: il rinnovo automatico è previsto e riconosciuto, e la responsabilità politica resta in capo all’esecutivo.

La vicenda evidenzia una contraddizione nella linea italiana. Da un lato, il governo si presenta come attento al diritto internazionale e prudente rispetto alle operazioni israeliane a Gaza; dall’altro mantiene attiva una cooperazione militare strutturata con Israele, giustificandola con la necessità di preservare i canali diplomatici. Una posizione che alimenta critiche per il divario tra dichiarazioni e scelte operative.

Il nodo riguarda anche la credibilità e l’autonomia decisionale dell’Italia. Il rinnovo tacito, infatti, evita un confronto politico esplicito e consente di proseguire un accordo sensibile senza una nuova assunzione di responsabilità. In questo modo, una scelta rilevante di politica estera viene di fatto sottratta al dibattito pubblico.

Secondo le posizioni critiche, il governo dovrebbe interrompere l’automatismo e riportare la questione nell’ambito di una decisione politica esplicita. In un contesto internazionale segnato da forti tensioni, la prosecuzione di un accordo militare senza una valutazione aggiornata rischia di compromettere la coerenza della linea diplomatica italiana e di rafforzare l’accusa di ambiguità nella gestione dei rapporti con Israele.