di Giuseppe Gagliano –
Benjamin Netanyahu ha preso la parola all’Assemblea generale dell’ONU come un capo di governo che parla più ai propri elettori che al consesso mondiale. La sala che si svuota mentre lui sale sul podio è l’immagine plastica di un premier che ha scelto il conflitto verbale come cifra politica. I Paesi che hanno riconosciuto lo Stato palestinese vengono additati come complici del terrorismo: un’accusa che fa più rumore a Tel Aviv che a New York.
Il premier israeliano elogia Donald Trump per il ruolo di “pacificatore” in Iran e in Medio Oriente, ma ignora il piano in 21 punti presentato dal presidente USA per il cessate il fuoco a Gaza e per la gestione post-bellica della Striscia sotto una sorta di autorità internazionale, forse guidata da Tony Blair. Non è chiaro se il silenzio di Netanyahu segnali divergenze con Washington o la volontà di non irritare subito gli alleati più radicali della sua coalizione. Il vertice previsto il 29 settembre alla Casa Bianca chiarirà se la distanza è tattica o sostanziale.
“Finire il lavoro a Gaza” significa, per Netanyahu, continuare l’offensiva finché Hamas non sarà disarmato e cancellato come forza politica, nonostante la spinta americana a chiudere il conflitto. Il premier insiste sul diritto di Israele a difendersi, evoca la “guerra su sette fronti” e nega accuse di genocidio e di carestia deliberata, addossando a Hamas il saccheggio degli aiuti.
Il discorso è stato diffuso con altoparlanti lungo il confine di Gaza per raggiungere, dice lui, gli ostaggi israeliani nei tunnel. L’operazione si è rivelata caotica, con sistemi audio in avaria e proteste dei familiari dei soldati per i rischi imposti ai militari. Più che un gesto di forza, un simbolo di isolamento politico.
Sul tavolo con Trump c’è anche la tentazione di annessione di parte della Cisgiordania, che Washington respinge. Sul fronte nord, Netanyahu parla di negoziati con Damasco per un’intesa di sicurezza, ma i colloqui si sarebbero arenati sulla richiesta israeliana di un corridoio umanitario verso Suweyda a protezione dei drusi.
L’intervento conferma il paradosso di Israele: forte militarmente, ma sempre più solo diplomaticamente. L’insistenza sulla vittoria totale a Gaza complica i rapporti con gli USA, apre fratture con l’Europa e riduce lo spazio per gli Accordi di Abramo 2.0 con gli Stati arabi.
Dopo quasi due anni di guerra, l’esercito israeliano non ha annientato Hamas né messo al sicuro il sud del Paese; continuare significa logorare riserve e bilancio, con un costo stimato oltre i 20 miliardi di dollari e una pressione crescente sulla società civile israeliana.
L’incertezza sul cessate il fuoco frena i progetti infrastrutturali congiunti con Emirati ed Egitto e spaventa gli investitori. Il gas offshore israeliano, potenziale leva di crescita regionale, resta un’arma geopolitica incompiuta.
Netanyahu ha portato all’ONU la retorica di guerra più che una strategia di pace. Il risultato è un leader che appare prigioniero della narrativa del 7 ottobre 2023 e sempre più distante da un mondo che, pur diviso, cerca almeno di fermare le armi.










