
di Sergio Restelli * –
Benjamin Netanyahu, già sotto pressione internazionale per la gestione dell’operazione militare su Gaza, si trova ora a fronteggiare un doppio fronte interno. Da un lato le proteste di piazza, alimentate dal crescente dissenso di una parte della società israeliana contraria all’escalation o alle politiche del governo. Dall’altro le critiche feroci che arrivano proprio dagli alleati di coalizione dell’ultradestra, i quali giudicano “troppo morbido” il piano militare per l’occupazione della Striscia.
Il cuore delle critiche arriva da Otzma Yehudit (“Potere ebraico”), partito di estrema destra guidato da Itamar Ben-Gvir, figura di riferimento per i coloni e ministro della Sicurezza nazionale dal 2022.
Ben-Gvir, già condannato in passato per incitamento all’odio razziale, non nasconde l’ostilità verso la linea del premier, ritenendo che l’attuale strategia militare non garantisca la totale “ebraicizzazione” dell’area. In parallelo il rabbino oltranzista di Sderot invoca apertamente l’annessione totale di Gaza, una posizione che esclude qualsiasi soluzione diplomatica o gestione provvisoria.
Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, leader del Partito Sionista Religioso, ha dichiarato di “non fidarsi più” del premier: “Il piano non è sionista”, accusandolo implicitamente di voler lasciare aperta la porta a compromessi.
Secondo fonti vicine al governo, il piano per Gaza sarebbe articolato in due fasi principali, cioè la fase militare intensiva, che prevede attacchi aerei mirati per colpire infrastrutture di Hamas, seguiti da un completo accerchiamento della Striscia; la gestione territoriale e psicologica: creazione di 12 centri di distribuzione aiuti per attirare la popolazione civile lontano dalle aree di combattimento, indebolendo così il controllo di Hamas.
Parallelamente si riapre, almeno formalmente, la possibilità di riavviare colloqui indiretti con l’Egitto, con il Cairo nel ruolo di mediatore storico tra Israele e Hamas.
Il clima si è ulteriormente avvelenato dopo il bombardamento che ha colpito una troupe di Al Jazeera, evento che ha riacceso le polemiche sul trattamento dei giornalisti nei teatri di guerra. Il caso più simbolico è quello di Ismail al-Sharif, reporter ucciso dall’esercito israeliano. Israele sostiene che l’area era una “zona di operazioni militari”, mentre Al Jazeera e diverse ONG parlano di attacco deliberato contro la stampa.
Questo episodio si inserisce in una lunga scia di accuse reciproche su cronisti uccisi o feriti, che diventa anche terreno di battaglia narrativa e diplomatica.
Il premier si trova così stretto tra il martello e l’incudine. Il martello è rappresentato dall’ultradestra, che pretende un’azione radicale fino all’annessione integrale di Gaza. L’incudine è la pressione internazionale, che osserva con crescente ostilità le operazioni militari e la gestione dei civili.
In questo scenario Netanyahu rischia di perdere l’appoggio di una parte cruciale della sua coalizione, aprendo la strada a crisi di governo o a un rimpasto forzato.
Intanto la piazza resta mobilitata e il conflitto mediatico si affianca a quello militare, alimentando una narrativa sempre più polarizzata sia all’interno di Israele che nel contesto internazionale.
* Articolo in mediapartnership con Nuovo Giornale Nazionale.











