
di Giuseppe Gagliano –
Benjamin Netanyahu ha scelto parole nette: il riavvicinamento tra Arabia Saudita, Qatar e Turchia sarebbe una minaccia per l’espansione degli Accordi di Abramo e, soprattutto, un ostacolo a qualsiasi ipotesi di normalizzazione tra Israele e Riad. Dietro la dichiarazione c’è un dato politico semplice: la normalizzazione non è più un percorso lineare, ma un campo di forze. E nel Medio Oriente di oggi, ogni nuova intesa è anche un messaggio contro qualcun altro.
Per Israele, l’idea che Riad possa costruire un asse politico con due Paesi percepiti come tra i più ostili alle sue politiche regionali significa una cosa: la partita non si giocherà solo sul dossier palestinese, ma sulla forma stessa dell’ordine regionale. Netanyahu chiede una condizione implicita: chi vuole rapporti con Israele non può, nello stesso tempo, legittimare attori e idee che contestano la sua sicurezza e la sua legittimità.
La spinta saudita verso Qatar e Turchia non è soltanto ideologica. È un modo per riequilibrare la competizione nel Golfo e contenere la proiezione degli Emirati Arabi Uniti, che negli ultimi anni hanno costruito una rete di influenza fatta di porti, milizie locali, accordi di sicurezza e presenza economica in vari teatri.
La guerra a Gaza ha congelato qualsiasi decisione saudita sulla normalizzazione con Israele, ma non ha congelato le rivalità tra alleati e concorrenti arabi. Anzi: ha reso più costoso, per Riad, apparire troppo vicina a un’impostazione regionale guidata da Abu Dhabi e percepita, in molte capitali, come eccessivamente allineata con Israele. Il triangolo con Doha e Ankara offre a Riad una copertura politica e un margine di manovra: si presenta come baricentro del mondo sunnita, non come appendice di un progetto altrui.
La parte più concreta di questa storia è geografica: il Golfo di Aden. È un corridoio marittimo vitale, un punto in cui commercio, sicurezza e influenza si fondono. Le tensioni tra Arabia Saudita ed Emirati sono esplose in Yemen quando forze separatiste meridionali sostenute da Abu Dhabi hanno avanzato in aree sensibili per Riad, fino a minacciare i confini sauditi e omaniti. La risposta saudita, secondo varie ricostruzioni, è stata dura e mirata: colpire la catena di rifornimento e segnalare che lo Yemen non può diventare un retroterra operativo emiratino.
Da qui l’attivismo saudita nel sud yemenita: sostegno a formazioni locali, presenza di personale militare, tentativi di unificare fazioni frammentate sotto una struttura più allineata a Riad. Le mosse su isole strategiche e su città portuali indicano una logica di controllo dei nodi, non di occupazione totale: chi tiene i punti chiave condiziona l’intero teatro.
Sul versante africano, la decisione della Somalia di cancellare accordi con gli Emirati, compresi quelli su porti e cooperazione di sicurezza, si inserisce nello stesso clima. Anche se il ruolo saudita non è dichiarato, tempi e contesto suggeriscono una spinta a ridurre l’impronta emiratina. Il lessico usato da Mogadiscio parla di sovranità e unità nazionale: parole che, in quella regione, spesso coprono anche una battaglia tra sponsor esterni.
L’eventuale inserimento della Turchia in un’intesa strutturata con Arabia Saudita e Pakistan alza la posta sul piano militare. Non perché crei automaticamente una coalizione operativa pronta a intervenire, ma perché produce interoperabilità, canali di pianificazione, addestramento e dottrina condivisa. In Medio Oriente, la forza di un’alleanza è spesso la sua ambiguità: non annuncia una guerra, ma fa capire che esiste un retroterra di sostegno.
Per Israele il rischio non è un attacco convenzionale. È la nascita di un ambiente più ostile lungo l’arco che va dal Mar Rosso al Levante: più capacità di influenza turca, più legittimazione politica per Qatar e Ankara, più strumenti sauditi per condizionare teatri vicini ai confini israeliani.
Questa competizione non si spiega senza l’economia. Porti e rotte marittime non sono infrastrutture neutre: generano rendite, controllo doganale, contratti, protezione armata, e quindi potere. Yemen e Somalia valgono perché sono porte sul traffico commerciale e sui flussi energetici, ma anche perché consentono di costruire “profondità strategica” senza dichiarare una politica espansionista.
La normalizzazione, in questo quadro, diventa anche un pacchetto economico: investimenti, tecnologia, cooperazione energetica, accesso ai mercati. Se Riad percepisce che quel pacchetto rafforza troppo un concorrente regionale, allora cerca alternative. E Doha e Ankara offrono proprio questo: canali politici, risorse finanziarie, influenza mediatica e capacità militari, con un costo reputazionale diverso rispetto alla linea emiratina.
Il punto di fondo è che il cosiddetto fronte sunnita non è un blocco. È una costellazione competitiva. Gli Emirati hanno costruito una strategia di proiezione pragmatica e securitaria; l’Arabia Saudita vuole tornare a essere il centro della gravità regionale; la Turchia mira a un ruolo di potenza guida con profondità ideologica; il Qatar usa diplomazia, finanza e comunicazione per moltiplicare la propria influenza.
Netanyahu, denunciando il triangolo Saudita-Qatar-Turchia, in realtà sta dicendo altro: la finestra per una normalizzazione con Riad non dipende solo da Israele e Arabia Saudita, ma dalla guerra silenziosa tra modelli di ordine regionale. E quando quell’ordine si disputa su porti, isole, milizie locali e corridoi marittimi, la normalizzazione smette di essere un traguardo diplomatico e diventa una pedina, forse la più visibile, di una partita molto più grande.











