di Giuseppe Gagliano

La minaccia del segretario generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite di adire la Corte internazionale di giustizia contro Israele segna un salto di qualità nello scontro istituzionale sulla sorte dell’UNRWA. La richiesta è netta: abrogare le leggi che colpiscono l’Agenzia, ripristinare servizi essenziali e restituire beni sequestrati. Il richiamo non è politico, ma giuridico: gli obblighi derivanti dalla Convenzione del 1946 sui privilegi e le immunità delle Nazioni Unite.

Il Parlamento israeliano ha vietato all’UNRWA di operare e di intrattenere contatti con funzionari israeliani, spingendosi poi a interrompere elettricità e acqua alle strutture dell’Agenzia. Il sequestro degli uffici a Gerusalemme Est riapre il contenzioso sullo status della città, considerata territorio occupato dalle Nazioni Unite e parte integrante dello Stato da Israele. Qui il diritto internazionale collide con la sovranità rivendicata.

La replica dell’ambasciatore israeliano all’ONU è durissima: nessuna intimidazione, ma un atto d’accusa contro l’UNRWA, ritenuta infiltrata da reti terroristiche. Israele sostiene che una quota significativa del personale a Gaza abbia legami con Hamas e che scuole e strutture dell’Agenzia siano state usate come copertura operativa. La scoperta di infrastrutture sotterranee e le testimonianze di ex ostaggi rafforzano, nella narrativa israeliana, l’idea di un’UNRWA non neutrale.

Per le Nazioni Unite l’UNRWA resta la spina dorsale della risposta umanitaria a Gaza e nei Territori occupati, oltre che in Libano, Siria e Giordania. Senza l’Agenzia, l’assistenza sanitaria, l’istruzione e il sostegno alimentare a milioni di palestinesi collasserebbero. La guerra ha già prodotto un bilancio drammatico anche tra il personale ONU, con un numero di vittime senza precedenti nella storia dell’Organizzazione.

Sul piano militare, la questione UNRWA si intreccia con la dottrina israeliana di negazione degli spazi operativi ad Hamas. Colpire o neutralizzare infrastrutture percepite come ambigue rientra in una logica di sicurezza totale. Ma l’effetto collaterale è l’erosione dei canali umanitari, che amplifica instabilità e pressione internazionale, senza offrire una soluzione militare definitiva.

L’eventuale smantellamento dell’UNRWA trasferirebbe i costi dell’assistenza a Stati donatori già affaticati o a ONG prive della capacità logistica necessaria. Il vuoto economico e sociale a Gaza e in Cisgiordania aumenterebbe la dipendenza da reti informali, favorendo radicalizzazione e traffici. Per Israele, ciò significherebbe un ambiente di sicurezza più costoso e imprevedibile nel medio periodo.

Il ricorso alla Corte rafforza l’uso del diritto internazionale come strumento di pressione geopolitica. Anche se i pareri della CIG non sono vincolanti, il loro peso politico incide su alleanze, flussi di aiuti e reputazione internazionale. Per Israele il rischio è l’isolamento progressivo; per l’ONU, la credibilità dell’ordine multilaterale in uno dei teatri più sensibili del pianeta.

Il conflitto non è solo su Gaza, ma su chi definisce le regole. Israele vede nell’UNRWA un fattore di perpetuazione del problema palestinese; le Nazioni Unite la considerano uno strumento indispensabile per evitare il collasso umanitario. Tra sicurezza e diritto, la frattura è ormai aperta. E la minaccia di un contenzioso internazionale ne è il segnale più esplicito.