di Giuseppe Gagliano –

Il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich ha annunciato un piano per trasferire un milione di nuovi residenti ebrei nel Negev e in Galilea attraverso la costruzione di quaranta nuove comunità, decine di fattorie e centinaia di migliaia di abitazioni. Il progetto punta a modificare gli equilibri demografici di due regioni nelle quali vive una consistente parte della popolazione araba israeliana.

Smotrich ha parlato apertamente di “giudaizzazione” delle due aree, sostenendo la necessità di rafforzare la presenza ebraica attraverso nuovi insediamenti e un maggiore controllo della pianificazione territoriale. In Galilea vivono circa 740mila palestinesi cittadini di Israele, mentre nel Negev la popolazione araba e beduina supera le 200mila persone e potrebbe avvicinarsi alle 300mila considerando gli abitanti dei villaggi non riconosciuti.

Il progetto prevede anche interventi sulle strutture amministrative responsabili della gestione dei terreni e della pianificazione urbanistica. Smotrich ha annunciato l’intenzione di sostituire funzionari considerati contrari alla propria politica e di modificare i piani urbanistici che, secondo il ministro, ostacolano l’espansione delle comunità ebraiche.

Negev e Galilea rivestono inoltre una particolare importanza strategica. La Galilea confina con il Libano ed è vicina alla Siria, mentre il Negev collega il centro di Israele con Eilat e si trova tra Gaza, Egitto e Giordania. Nelle due regioni sono presenti infrastrutture militari, energetiche e importanti vie di comunicazione.

Nella strategia del governo, le nuove comunità dovrebbero quindi avere anche una funzione di presidio territoriale. Smotrich ha collegato il progetto alla necessità di contrastare la criminalità nelle comunità arabe, dove dall’inizio del 2026 sono state registrate almeno 161 vittime. I critici contestano però l’associazione tra criminalità, appartenenza nazionale e controllo demografico, sostenendo che questa impostazione rischi di aggravare le tensioni tra lo Stato e i cittadini arabi.

La realizzazione del piano richiederebbe investimenti consistenti per abitazioni, strade, scuole, strutture sanitarie, reti idriche e sicurezza. Le comunità arabe denunciano da tempo difficoltà nell’ottenimento dei permessi edilizi, carenze infrastrutturali e, nel caso di numerosi villaggi beduini del Negev, il mancato riconoscimento amministrativo.

La politica di rafforzamento della presenza ebraica in Galilea ha precedenti storici. Nel 1976 le proteste contro confische di terreni e programmi governativi provocarono scontri nei quali morirono sei cittadini arabi israeliani. Il 30 marzo è da allora commemorato dai palestinesi come Giornata della Terra.

Il piano di Smotrich estende quindi il confronto sulla gestione demografica e territoriale dalla Cisgiordania all’interno dei confini internazionalmente riconosciuti di Israele. I sostenitori lo presentano come uno strumento per sviluppare aree periferiche e rafforzarne la sicurezza, mentre gli oppositori denunciano il rischio di una crescente discriminazione nell’accesso alla terra, alle autorizzazioni edilizie e agli investimenti pubblici.

La questione riguarda infine il rapporto tra identità e cittadinanza nello Stato israeliano. Se attuato nelle dimensioni annunciate, il trasferimento di un milione di nuovi residenti potrebbe modificare profondamente gli equilibri demografici del Negev e della Galilea, trasformando le due regioni in uno dei principali terreni di confronto politico e sociale tra il governo e la popolazione araba israeliana.