di C. Alessandro Mauceri –

Incontro a porte chiuse al Viminale per il vertice sul Codice di condotta delle ONG impegnate nelle operazioni di salvataggio in mare dei migranti. A presiedere l’incontro il capo di gabinetto Mario Morcone davanti a numerosi rappresentanti dei ministeri dell’Interno, degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, delle Infrastrutture e dei Trasporti, del Comando generale della Guardia di Finanza, del Comando generale delle Capitanerie di Porto e, ovviamente, delle Organizzazioni non Governative.

Secondo quanto riferito al termine dell’incontro, le autorità di governo hanno illustrato i punti previsti dal Codice di condotta per le ong impegnate. Secondo le prime affermazioni il Codice proposto sarebbe organizzato in undici regole come l’assoluto divieto per le navi umanitarie di entrare in acque libiche, a meno di “un evidente pericolo per la vita umana in mare”; il divieto di telefonare “per facilitare la partenza di barconi che trasportano migranti”, l’obbligo a far salire a bordo la polizia giudiziaria e quello di avere una certificazione tecnica per poter fare salvataggio; il divieto di trasportare migranti su altre navi, italiane o di assetti internazionali, tranne che in situazione di emergenza; obbligo di non ostruire le operazioni di ricerca e soccorso della guardia costiera libica. Ma anche l’obbligo di dichiarare le fonti di finanziamento per le attività di salvataggio in mare. Non ultimo l’obbligo di possedere una certificazione  attestante l’idoneità tecnica per le attività di salvataggio e di trasmettere tutte le informazioni di interesse investigativo  alle autorità di polizia italiane, consegnando nel contempo ogni oggetto che potrebbe costituire prova di un atto illegale.

Una diatriba, quella del codice di comportamento delle ong per il salvataggio dei migranti nel Mediterraneo, che va avanti da mesi. E che non tiene conto del fatto che, oltre alle norme di diritto e ai regolamenti internazionali, un codice di comportamento comune in realtà esisterebbe già. A diffonderlo erano state autonomamente le organizzazioni in una riunione svoltasi a Bruxelles alla fine di marzo con il sostegno e la guida dell’eurodeputato Miguel Urbán. In quell’occasione le ONG partecipanti e operative nella zona SAR (Search and Rescue) del Mediterraneo (Sea-Watch, Proem-Aid, Proactiva Open Arms, SOS Mediterranée, Hellenic Rescue Team, Jugend Rettet, Humanitarian Pilots Initiative, SMHumanitario, United Rescue Aid) insieme alle organizzazioni indipendenti per i diritti umani in mare Human Rights at Sea e International Maritime Rescue Federation avevano approvato il Voluntary Code of Conduct for Search and Rescue Operations undertaken by civil society Non-Government Organisations in the Mediterranean Sea.

https://www.humanrightsatsea.org/wp-content/uploads/2017/03/20170302-NGO-Code-of-Conduct-FINAL-SECURED.pdf

Un codice che non è stato riconosciuto valido né a livello nazionale né in Europa. Come conseguenza un paio di settimane fa Barbara Spinelli, intervenuta nel corso della riunione ordinaria della Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni (LIBE) del Parlamento europeo, aveva dichiarato che “Vorrei concentrarmi sul codice di condotta per le Ong affidato al governo italiano. É molto preoccupante, anche legalmente. In primo luogo, si ignora completamente che un codice di condotta volontario è già stato sottoscritto dalla stragrande maggioranza delle Ong – promosso da Human Rights at Sea –­ e che comunque esiste una legge che le guida: la Convenzione sul diritto nel mare. In secondo luogo, è particolarmente grave che nell’elaborazione di nuove regole non si consultino tutte le Ong che fanno search and rescue. So che la loro richiesta in questo senso – così come il loro codice – è stata in genere ignorata”.

Sono questi i motivi che insieme con le richieste avanzate dal governo per il nuovo regolamento hanno portato alcune associazioni ad esprimere un parere tutt’altro che positivo. Amnesty International, ad esempio, ha dichiarato: “Qualunque codice di condotta se necessario dovrebbe avere l’obiettivo di rendere le operazioni di ricerca e soccorso più efficaci”. Invece, così come stanno le cose, “potrebbe in alcuni casi ostacolare le operazioni e ritardare gli sbarchi”. “Impedire alle navi delle ong di operare nelle pericolose acque vicino alla Libia rischia di mettere in pericolo migliaia di vite”, ha detto Iverna McGowan, direttore dell’ufficio europeo di Amnesty.

Dal canto suo il governo di unità nazionale libico del premier Fayez Al Sarraj ha chiesto “l’uso dell’aviazione” contro “l’emigrazione illegale”. Nel breve testo dell’Ufficio del Comando supremo dell’esercito libico indirizzato al Capo di Stato maggiore delle forze armate si chiede di “prendere immediatamente e urgentemente le vostre misure di partecipazione alla lotta contro l’emigrazione illegale e il traffico di carburanti e suoi derivati attraverso l’uso dell’Aviazione e servendovi della forza in caso di necessità per impedire, in collaborazione con il Comando delle forze marittime, questo crimine”.

Una richiesta inviata all’Italia solo pochi giorni prima dell’incontro, appena concluso, tra il premier francese Manuel Macron, il presidente del Consiglio di Tripoli, Fayez al-Serraj, e il comandante dell’Esercito nazionale libico Khalifa Haftar. Al termine dell’incontro Macron ha ringraziato “il lavoro svolto dall’Ue e soprattutto dall’Italia”, “del mio amico Paolo Gentiloni, che si molto adoperato e con il quale abbiamo parlato molto in preparazione della dichiarazione odierna”.

Macron, palesemente desideroso di assumere di nuovo il ruolo di referente primario della Libia (come alcuni decenni fa), si è però guardato bene dal fare lo stesso e da coinvolgere il governo italiano nei colloqui riguardanti le concessioni petrolifere e la presenza militare su suolo libico secondo molti vero scopo del suo incontro con i potenziali leader libici.

E mentre i leader dei due paesi europei e i due contendenti libici discutevano del territorio d’oltremare, oggi altre 11 persone sono morte nel tentativo di navigare fino alla terra promessa, l’Italia, portando il numero di quelli che hanno perso la vita dall’1 gennaio ad oggi a oltre 2100. In totale sono 15mila i morti dall’inizio dell’emergenza, nel 2013.