di Giuseppe Gagliano –
L’accordo firmato da Putin e Tokayev è uno di quei passaggi che, dietro un linguaggio diplomatico rassicurante, nasconde un cambio di peso reale nella geopolitica eurasiatica. Perché non si tratta di un semplice documento di cooperazione, ma di una cornice di lungo periodo che intreccia energia, sicurezza, infrastrutture e linguaggi di influenza. In un momento in cui Mosca cerca partner affidabili dopo l’isolamento occidentale, e Astana punta a mantenere margini di autonomia senza incrinare il rapporto storico con la Russia, questa dichiarazione è la sintesi di un equilibrio delicato, costruito da entrambi con estrema attenzione.
Mosca ha siglato intese simili solo con una manciata di Stati. Il fatto che il Kazakistan entri in questo “circolo ristretto” indica una volontà politica chiara: blindare un rapporto che, per geografia, infrastrutture e storia, resta centrale anche in tempi turbolenti. Tokayev e Putin parlano di un ordine mondiale “giusto e multipolare” e di un’“architettura di sicurezza indivisibile in Eurasia”: formule che mettono nero su bianco il rifiuto dell’egemonia occidentale e la scelta di un modello regionale autonomo, basato su cooperazione economica e interdipendenza energetica.
Tutta l’intesa ruota intorno alle risorse. La Russia garantisce il suo impegno per la costruzione della prima centrale nucleare kazaka, un progetto che permetterebbe ad Astana di ridurre la dipendenza dal carbone e al Cremlino di consolidare la propria influenza nel settore più sensibile: la tecnologia nucleare civile.
Parallelamente i due Paesi puntano a integrare i propri sistemi energetici. Mosca vuole aumentare le esportazioni di gas verso il Nord e l’Est del Kazakistan, dove si concentrano industrie strategiche. Allo stesso tempo importa carbone kazako e fornisce elettricità a supporto delle reti locali. In pratica, si consolida una complementarità che rende i due sistemi più interconnessi e riduce la capacità di attori esterni di sganciarli l’uno dall’altro.
La dimensione trilaterale con Uzbekistan e Gazprom rafforza questo quadro: gas naturale liquefatto, modernizzazione dei gasdotti e un corridoio energetico centroasiatico capace di controbilanciare le mosse di Cina e Stati Uniti.
La parte più sottile dell’accordo riguarda la gestione delle risorse idriche e del Mar Caspio, un bacino già messo sotto pressione da cambiamenti climatici, calo dei livelli e crescente competizione. Coordinare la protezione delle acque significa garantire la continuità di rotte energetiche vitali e prevenire rivalità tra Stati rivieraschi. Non è un dettaglio.
Il riferimento al Caspian Pipeline Consortium, che porta il petrolio kazako fino al Mar Nero, è un altro punto strategico. Astana ha bisogno della piena operatività del consorzio per esportare, e Mosca — nonostante le tensioni occasionali — mostra disponibilità a cooperare. Un modo per mantenere un’influenza non conflittuale sulle rotte che contano.
Il Kazakistan è ricco di terre rare, elementi decisivi per tecnologie avanzate, difesa e transizione energetica. Che Mosca voglia intensificare la cooperazione nel settore chimico e minerario non sorprende: è un modo per evitare che questi materiali vadano troppo rapidamente verso Stati Uniti, Europa e Cina.
Il fatto che Trump, nelle stesse ore, abbia discusso con Tokayev dei minerali essenziali mostra quanto il Kazakistan sia diventato un terreno di competizione tra superpotenze. La Russia, con questo accordo, vuole giocare d’anticipo.
Sicurezza e identità: la lingua russa e la multipolarità come strumenti di influenza
L’inserimento della promozione della lingua russa come “mezzo di comunicazione interstatale nella CSI” è un dettaglio che pesa. Non è solo cultura: è potere. È un modo per mantenere Mosca al centro dello spazio post-sovietico, anche mentre nuove generazioni kazake guardano sempre più a Sud (Turchia), a Est (Cina) e all’Occidente.
Sul piano della sicurezza, l’impegno dichiarato a non costruire stabilità “a spese degli altri” è una risposta implicita all’Alleanza Atlantica e alla sua espansione. Russia e Kazakistan vogliono un’area eurasiatica regolata da equilibri interni, non da pressioni esterne.
Il presidente kazako ribadisce che la Russia resta una priorità strutturale della politica estera di Astana. Non è solo retorica. Il Kazakistan, pur dialogando con Cina, Stati Uniti, UE e Turchia, non può permettersi uno scontro con Mosca: i due Paesi condividono migliaia di chilometri di confine, infrastrutture integrate e una storia che continua a determinare scelte e percezioni.
La dichiarazione firmata a Mosca è, quindi, un modo per rassicurare il Cremlino mentre il Kazakistan diversifica le proprie relazioni. Una sorta di “assicurazione geopolitica”.
Energia condivisa. Sicurezza coordinata. Tecnologie sensibili. Minerali strategici. Infrastrutture comuni. Lingua e identità come leve di influenza.
Questa alleanza disegna un’Eurasia più coesa attorno al baricentro russo-kazako.












