di Lorenzo Riva –
Lo scorso 25 settembre il Consiglio supremo del Kirghizistan, organo legislativo monocamerale del Paese, ha comunicato il proprio scioglimento. Di conseguenza si terranno in autunno le elezioni anticipate, un anno prima rispetto alla scadenza prevista. L’iniziativa del Consiglio supremo intende distanziare le votazioni presidenziali, previste per gennaio 2026, da quelle parlamentari, che probabilmente si svolgeranno il prossimo novembre.
Tuttavia la decisione non va imputata tanto ai membri dell’assemblea legislativa, quanto a Sadir Japarov e Kamchybek Tashiev, rispettivamente presidente della Repubblica e capo del Comitato statale per la Sicurezza nazionale.
Tale provvedimento si inserisce in un contesto di arretramento democratico, avviato durante il mandato di Japarov, al potere dal 2020. Il Consiglio supremo, dominato da elementi filogovernativi, pare un consesso docile e ligio alla presidenza. Soltanto una manciata di deputati osa criticare l’establishment, evitando però di presentarsi come oppositori, considerato troppo rischioso. Basti pensare che lo scorso anno il parlamentare nazionalista Sultanbay Ayzhigitov è stato rimosso dal suo incarico in quanto detrattore dell’accordo siglato con il Tagikistan, ritenuto troppo generoso nei confronti di Dushanbe. Il Partito Socialdemocratico del Kirghizistan (PSDK), alla guida del Paese dal 2010 al 2020, è stato sostanzialmente smantellato, attraverso alcuni processi considerati politicamente motivati da diversi osservatori. In aggiunta a ciò, la scorsa estate Japarov ha firmato una legge controversa, che stando alle accuse degli oppositori minaccia la libertà di stampa e rafforza il controllo governativo sui media.
Il Kirghizistan, un tempo reputato l’unica democrazia dell’Asia Centrale, sembra quindi procedere su una china autoritaria.




