di Giuseppe Gagliano –
Il Kosovo si prepara a nuove elezioni parlamentari dopo il fallimento del Parlamento nell’eleggere il presidente della Repubblica. La presidente Vjosa Osmani ha sciolto l’Assemblea aprendo un nuovo ciclo elettorale, ennesimo segnale della fragilità del sistema politico del Paese balcanico. L’impasse istituzionale conferma le difficoltà di garantire stabilità in uno degli snodi geopolitici più delicati della regione.
La crisi è esplosa quando il Parlamento non è riuscito a raggiungere il quorum necessario per eleggere il capo dello Stato. L’opposizione ha boicottato il voto dopo la decisione del primo ministro Albin Kurti e del suo partito Vetevendosje di imporre la candidatura del ministro degli Esteri Glauk Konjufca senza un accordo con le altre forze politiche. In un sistema basato su equilibri parlamentari fragili, la scelta ha trasformato una procedura istituzionale in uno scontro politico.
La crisi segna anche la rottura dell’alleanza tra Kurti e la stessa Osmani. Nel 2021 il sostegno del premier aveva portato Osmani alla presidenza, ma oggi il partito di governo ha deciso di non appoggiarla per un secondo mandato, preferendo puntare su un proprio candidato e consolidare il controllo delle istituzioni. La strategia però incontra resistenze in un Parlamento frammentato, dove l’opposizione mantiene strumenti efficaci per bloccare il processo istituzionale.
Il tentativo di Osmani di superare lo stallo con una riforma costituzionale che introduca l’elezione diretta del presidente non ha raccolto i voti necessari, anche a causa dell’assenza dei deputati serbi, decisivi per qualsiasi revisione della Costituzione.
L’instabilità istituzionale non è una novità per il Kosovo. Nel corso del 2025 il Paese ha già attraversato lunghi mesi senza un governo pienamente operativo e, nonostante la vittoria elettorale di Vetevendosje alle elezioni anticipate di dicembre, la costruzione di una maggioranza stabile si è rivelata difficile. La forte frammentazione parlamentare e la scarsa tradizione di compromesso politico continuano a rendere ogni passaggio istituzionale particolarmente fragile.
Le nuove elezioni rischiano quindi di non rappresentare una vera soluzione ma la prosecuzione di un ciclo di crisi politiche. Il pericolo è che dalle urne emerga ancora una volta un Parlamento diviso e incapace di garantire governabilità.
La crisi di Pristina ha anche implicazioni regionali. Il Kosovo resta uno dei dossier più sensibili dei Balcani e i rapporti con la Serbia continuano a essere segnati da forti tensioni mentre il dialogo mediato dall’Unione Europea procede lentamente. Un Paese politicamente debole rischia di presentarsi ai negoziati con Belgrado in una posizione di maggiore vulnerabilità.
L’incertezza politica pesa inoltre sull’economia, fortemente dipendente dalle rimesse della diaspora e dagli aiuti internazionali. L’instabilità rallenta gli investimenti, blocca riforme economiche cruciali e indebolisce la credibilità delle istituzioni.
Per l’Unione Europea la crisi rappresenta anche un test della capacità di stabilizzare i Balcani occidentali. Bruxelles sostiene il percorso europeo del Kosovo, ma la prospettiva di adesione resta lontana e legata a riforme politiche ancora incomplete. Le elezioni saranno dunque un passaggio decisivo per verificare se il sistema politico kosovaro riuscirà a uscire dalla spirale di instabilità che da anni caratterizza la vita istituzionale del Paese.




