Kosovo. Ennesima crisi politica: Osmani incarica il presidente del Parlamento di formare un governo

di Giuseppe Gagliano

Ogni volta che in Kosovo si parla di “nuovo inizio”, la storia finisce per ripetersi. Anche l’ultima decisione della presidente Vjosa Osmani di affidare all’ex presidente del Parlamento, Glauk Konjufca, l’incarico di formare un nuovo governo, si inserisce nel copione consueto: la speranza di superare lo stallo politico, seguita dalle resistenze di partiti divisi, da alleanze fragili e da un Paese che continua a oscillare tra il sogno europeo e la realtà di un’instabilità cronica.
Osmani tenta di evitare elezioni anticipate, ma il quadro è più complicato di quanto sembri. Dopo il rifiuto del Parlamento di approvare la candidatura di Albin Kurti, leader del movimento Vetevendosje e primo ministro uscente, la nomina di Konjufca appare come un atto di sopravvivenza politica. La presidente ha invocato il “bene del Paese”, la necessità di approvare il bilancio 2026 e di sbloccare fondi internazionali, ma sa che il Kosovo, senza un governo stabile, rischia di precipitare in una crisi economica e istituzionale.
Dietro la paralisi politica si nasconde un problema più profondo: l’incapacità del Kosovo di costruire istituzioni realmente condivise e di conciliare la frammentazione etnica con le regole della democrazia parlamentare. L’Unione Europea osserva, preoccupata ma impotente. I finanziamenti della Banca Mondiale e dell’UE restano sospesi, i progetti infrastrutturali sono fermi, le riforme non decollano. Bruxelles chiede stabilità e inclusione, ma offre poche garanzie e ancor meno strumenti.
La crisi kosovara dimostra quanto fragile sia l’integrazione europea nei Balcani: un processo che procede a due velocità, dove gli incentivi economici non bastano a colmare il deficit politico e la diffidenza reciproca. Ogni crisi istituzionale a Pristina si traduce in un passo indietro sul piano internazionale e alimenta l’idea che l’indipendenza, proclamata nel 2008, non abbia ancora prodotto uno Stato pienamente funzionante.
Come in ogni fase critica, la Serbia e la Russia riappaiono sullo sfondo, pronte a sfruttare le divisioni interne. Mosca, attraverso le dichiarazioni del suo rappresentante alle Nazioni Unite, Vasily Nebenzya, accusa il Kosovo di voler “cacciare i serbi dalla loro terra” con misure amministrative: targhe obbligatorie, documenti di residenza, e un processo di “pseudo-cittadinanza” imposto con la forza.
È una retorica che risale ai tempi della guerra del 1999 ma che oggi assume nuovi significati. La Russia, isolata in Europa ma ancora influente nei Balcani, usa la questione kosovara per alimentare la narrativa della doppia morale occidentale: difendere l’integrità territoriale dell’Ucraina ma ignorare le ferite ancora aperte della Serbia. Nel suo calcolo, ogni tensione a Nord di Mitrovica è una mina piazzata sotto la fragile architettura euro-atlantica dei Balcani.
La Serbia, dal canto suo, resta sospesa tra Mosca e Bruxelles. Il presidente Aleksandar Vučić si muove su un doppio binario: parla di pace e dialogo con l’UE, ma mantiene il legame politico, culturale ed energetico con la Russia. Il Kosovo, per Belgrado, rimane una questione identitaria prima ancora che geopolitica, e ogni passo verso il riconoscimento di Pristina significherebbe un terremoto interno.
Konjufca ha ora quindici giorni per tentare l’impossibile: formare un governo in un Paese dove nessuno vuole davvero governare insieme. Il suo partito, Vetevendosje, resta il più votato ma isolato; l’opposizione è divisa e paralizzata dalla paura di perdere consenso; le minoranze non si fidano delle istituzioni centrali. Il risultato è un sistema politico bloccato, dove lo stallo è diventato una forma di equilibrio.
La stessa Osmani, nel tentativo di mantenere la stabilità, si trova a esercitare un ruolo quasi presidenzialista, in contrasto con la natura parlamentare del sistema kosovaro. Ma la debolezza delle istituzioni apre la strada a interferenze esterne e a una crescente frustrazione popolare. In un contesto economico segnato dalla disoccupazione e dall’emigrazione, l’assenza di governo non è solo un problema di democrazia: è un rischio sociale.
Il Nord del Paese, abitato in maggioranza da serbi, resta la vera faglia geopolitica. Qui la sovranità di Pristina è più formale che reale. Le incursioni delle forze di polizia kosovare, gli arresti di attivisti e il boicottaggio delle istituzioni da parte dei serbi locali hanno riacceso una tensione che ricorda i tempi più bui del dopoguerra.
Le autorità di Pristina accusano Belgrado di fomentare disordini e di sostenere economicamente le enclavi serbe; Belgrado ribatte che Pristina sta cancellando con la forza la presenza serba storica. Intanto, la comunità internazionale si limita a invocare il rispetto della Risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, approvata nel 1999, che riconosceva l’autonomia del Kosovo all’interno della Serbia. Ma a ventisei anni di distanza, quella risoluzione è un documento simbolico, privo di effetti reali.
Il Kosovo non è solo un problema locale: è un termometro della coerenza europea. Mentre l’Unione si allarga a Est e promette integrazione, nei Balcani continua a convivere con l’instabilità, tollerando Stati semi-funzionanti e governi precari pur di evitare il ritorno del conflitto. È la logica del “contenimento silenzioso”: meglio congelare i problemi che risolverli.
Ma la geopolitica non ammette vuoti. Ogni volta che l’Europa si distrae, qualcun altro occupa lo spazio. Oggi la Russia, domani forse la Cina o la Turchia. E il Kosovo, piccolo e fragile, rischia di diventare il terreno di prova di una nuova competizione per l’influenza nei Balcani.
Finché Pristina e Belgrado non troveranno il coraggio di negoziare sul serio — e finché l’Europa non tornerà a essere un arbitro e non solo uno spettatore — il Kosovo resterà ciò che è da venticinque anni: una frontiera incompiuta tra due mondi, tra due sovranità, tra due verità storiche.
Un luogo dove la pace è solo una tregua e la politica, troppo spesso, una forma di sopravvivenza.