di Shorsh Surme –
ERBIL (Kurdistan Irq). Negli ultimi giorni è stato possibile assistere a nuovi scontri retorici tra il governo federale di Baghdad e il governo regionale del Kurdistan (KRG), su questioni ricorrenti da anni: stipendi, esportazioni di petrolio, tribunale federale e natura del rapporto tra governo centrale e regione autonoma. Tuttavia quella che inizialmente sembrava una crisi tecnica circa la distribuzione dei fondi o dovuta all’interpretazione di una legge, si è rapidamente trasformata in una accesa battaglia linguistica, mettendo a nudo la profonda frattura nel lessico politico iracheno.
Quando Baghdad parla, il suo vocabolario ruota attorno alla sovranità, alla costituzione, alla giustizia finanziaria e all’uguaglianza tra le province. Al contrario le dichiarazioni di Erbil si concentrano sui diritti, sulla collaborazione, sulla violazione degli accordi e sulla punizione collettiva. La retorica di Baghdad esprime preoccupazione per l'”eccezione curda”, mentre quella della regione sottolinea i ripetuti fallimenti dello Stato federale.
Il problema non è solo la contrapposizione terminologica, ma il fatto che le due parti leggono il testo costituzionale da prospettive politiche completamente diverse. Mentre Baghdad considera la Corte federale la massima autorità per la risoluzione delle controversie, Erbil ritiene che essa sia diventata parte del problema e abbia “perso la sua legittimità” in seguito alle recenti decisioni di congelare gli stipendi, regolamentare le esportazioni di petrolio e persino interferire nello svolgimento delle elezioni per il Parlamento regionale.
In uno sviluppo pericoloso, che ha ravvivato i rapporti tra Baghdad ed Erbil, il Ministero degli Interni del governo regionale del Kurdistan ha recentemente rilasciato una dichiarazione dal tono acceso e diretto, accusando il governo federale di ignorare i “ripetuti attacchi” sul territorio della regione. La denuncia si riferiva al bombardamento di siti all’interno dei confini del Kurdistan, di cui nessuna parte ha rivendicato ufficialmente la responsabilità. La dichiarazione invitava Baghdad ad assumere una posizione chiara, avvertendo che “il silenzio del centro potrebbe essere interpretato come complicità o abdicazione alle proprie responsabilità”, pur facendo chiaro riferimento a una fazione armata delle Forze di mobilitazione popolare.












