di Giuseppe Gagliano

Mazloum Abdi, comandante delle Forze Democratiche Siriane (SDF), compie un passo inatteso dichiarandosi pronto a visitare la Turchia e ad incontrare Abdullah Ocalan. È un messaggio politico pesante: riconoscere che il futuro del nord-est siriano passa anche per Imrali significa riportare al centro del processo di pace l’uomo che per decenni è stato la figura più controversa della causa curda. Abdi sa bene che per Ankara le SDF restano un’estensione del PKK e lui stesso è considerato un terrorista. E proprio per questo la sua apertura assume una forza simbolica e diplomatica notevole.

Il cessate-il-fuoco in vigore tra truppe turche e combattenti curdi nel nord della Siria non è un equilibrio naturale, ma il frutto diretto dei colloqui fra Ankara e Ocalan avviati nel 2024. Le SDF lo riconoscono apertamente: se il processo andrà avanti, la tregua potrebbe diventare stabile. Se invece si interromperà, il fronte settentrionale rischia di riaccendersi in un momento in cui il mosaico siriano è già fragile.

Per la Turchia è un banco di prova. Recep Tayyip Erdogan vuole tornare padrone del dossier curdo dopo anni di operazioni militari, ma ha bisogno di un accordo che riduca la pressione sul confine e contenga gli effetti della fine della guerra siriana.

La lettera ricevuta da Abdi lo scorso anno e il riferimento esplicito al ruolo decisivo di Ocalan nella gestione dei combattenti del PKK presenti nelle SDF mostrano che il processo non può essere risolto solo sul terreno siriano. La questione riguarda la filiera politica e militare di tutto il movimento curdo. Una “chiamata da Imrali”, come la definisce Abdi, può sciogliere nodi che né Ankara né le autorità curde siriane riescono a gestire da sole.

La mossa ha anche un valore di pressione su Damasco, che continua a usare la carta curda per negoziare vantaggi con la Turchia e con l’Iran.

Dopo la caduta di Bashar al-Assad, Abdi e il governo ad interim siriano hanno discusso a lungo l’integrazione delle SDF nell’apparato statale. Qui si gioca il vero futuro del nord-est: le SDF vogliono entrare nell’esercito come blocco, mantenendo una catena di comando curda; Damasco vuole invece un’integrazione individuale, che riduca il potere dell’amministrazione autonoma.

Gli scontri intermittenti degli ultimi mesi sono la prova che il quadro resta instabile. L’accordo provvisorio raggiunto a ottobre con il presidente al-Shara e con l’inviato americano Thomas Barrack mostra un fragile compromesso sulle questioni militari, ma non scioglie i nodi politici.

Il cuore della questione è la nuova costituzione siriana. Senza garanzie precise sui diritti culturali, politici e amministrativi della popolazione curda, non può esserci accordo duraturo. Le SDF puntano a un sistema federale, ma sanno che è una richiesta troppo ambiziosa per la Siria di oggi. Abdi sceglie quindi di insistere sulla decentralizzazione: eleggere propri rappresentanti, gestire la sicurezza locale, avere un margine di autogoverno. È un modello che punta a valorizzare il pluralismo etnico senza forzare una divisione formale dello Stato.

Per Ankara, ogni forma di autonomia curda in Siria è un rischio. Ma la crisi interna turca e la necessità di normalizzare i rapporti con Damasco spingono verso un pragmatismo che qualche anno fa sarebbe stato impensabile. Una soluzione condivisa sulla gestione del Nord-Est siriano potrebbe ridurre la pressione militare turca e aprire una fase di relativa stabilità.

Al tempo stesso, gli Stati Uniti restano un attore indispensabile: senza la loro mediazione, le SDF perderebbero peso negoziale e la Turchia potrebbe tornare a un approccio puramente securitario.

La Siria post-Assad è un cantiere geopolitico in cui si intrecciano interessi turchi, americani, russi e iraniani. Le SDF sono un tassello centrale di questo mosaico: hanno costruito un sistema amministrativo funzionante, ma devono ora affrontare la sfida più difficile, quella del riconoscimento politico e dell’integrazione nel nuovo Stato.

L’apertura di Abdi verso la Turchia e il richiamo al ruolo di Ocalan mostrano che i curdi vogliono evitare di restare schiacciati fra potenze regionali concorrenti. Ma dimostrano anche che la pace, oggi, dipende più dalla diplomazia che dalle armi.