di Maurizio Delli Santi * –

Il tema posto dall’81ª Assemblea Generale delle Nazioni Unite rappresenta una sfida nel tentativo di trovare una via d’uscita dall’inarrestabile crisi dell’ordine internazionale: *Restoring Trust, Managing Transformation: A United Nations That Delivers for All*, «Ripristinare la fiducia, governare il cambiamento, restituire alle Nazioni Unite la capacità di agire a beneficio di tutti». Dopo l’apertura dell’8 settembre, dal 22 al 26 settembre e nuovamente il 28 si svolgerà il tradizionale dibattito generale con i leader mondiali. Alcuni governi non interverranno a livello di capi di Stato e di governo: vi sono priorità nei dossier interni, molti perseguono un riavvicinamento dei rapporti con Donald Trump, che non crede nell’Onu, e sono molti i dubbi sull’utilità politica della convocazione. È d’obbligo, dunque, una riflessione: nella prospettiva dell’Italia e dell’Europa, cosa può ancora rappresentare, oggi, l’Assemblea Generale dell’Onu? Sulla diagnosi della crisi delle Nazioni Unite e del multilateralismo ormai esiste una letteratura vastissima; ciò che manca è l’individuazione di un’alternativa che non sia la mera accettazione della realtà. Tutti predicano la crisi delle Nazioni Unite, ma nessuna costruzione dei “revisionisti” dell’ordine internazionale sta emergendo per credibilità: dal *Board of Peace* promosso dagli Stati Uniti di Trump ai BRICS, nei quali la Russia di Putin svolge un ruolo centrale, fino alla *Shanghai Cooperation Organisation* (SCO), in cui Cina e Russia esercitano un’influenza decisiva, nessuno ha costruito un sistema di sicurezza collettiva universale realmente alternativo ed efficace. Le loro soluzioni, incluse le iniziative per la pace, da Gaza a Hormuz, si rivelano effimere, spesso condizionate da logiche economicistiche, senza alcuna considerazione per i bisogni reali delle popolazioni e quindi prive di qualunque garanzia di riuscita e solidità ai fini di una legittimazione internazionale: rischiano di provocare l’escalation dei conflitti e anche di diventare foriere di tanti risentimenti e revanscismi che potrebbero sfociare in nuove ondate di terrorismo internazionale. In questa prospettiva, dunque, l’opzione più realistica non è scegliere tra Onu e nuovi organismi: per non lasciare che l’ordine internazionale venga sempre più determinato dal caos dei nuovi imperi, che faranno degli altri solo Stati vassalli, occorre provare a rilanciare alleanze più ampie per costruire un sistema riformato dell’Onu, ancora fondato su regole condivise e su un nuovo multilateralismo inclusivo.

Su questi scenari l’Italia deve riflettere: perché non assumere un’iniziativa all’Onu, ricercando una nuova alleanza che cominci a fare da contraltare ai diktat dei “nuovi imperi”? È estremamente realistica la possibilità di un’intesa tra un gruppo coeso di Paesi europei e il Global South, anche in una prospettiva aperta alle altre democrazie e *middle powers* – secondo una nota proposta del premier canadese Carney – disponibili a convergere, come Canada, Giappone, Australia e India (nel recente vertice SCO di Bishkek, il premier Modi ha rivolto a Putin una non irrilevante esortazione alla pace). Questa nuova piattaforma di “volenterosi dell’Onu”, mirata soprattutto al coinvolgimento di un gran numero di Paesi africani, asiatici e latino-americani, potrebbe promuovere una strategia comune per rilanciare il ruolo delle Nazioni Unite e costruire una convergenza politica più ampia sulla difesa del multilateralismo e del diritto internazionale. Beninteso, dovrebbe trattarsi di una convergenza davvero strategica, non contingente e destinata a esaurirsi in maggioranze occasionali all’Assemblea Generale: deve assumere un significato politico durevole e diventare un nuovo paradigma delle relazioni internazionali, un metodo diverso di concepire la cooperazione internazionale fondato sulla reciprocità, sulla solidarietà e sulla parità, pur fra soggetti diversi per dimensione, ricchezza e potere.

È una prospettiva che può muovere anche dalle catastrofi naturali di questi giorni, come l’ultimo devastante crollo di un ghiacciaio e le conseguenti alluvioni che hanno colpito duramente, nell’area himalayana, il Nepal e il Tibet cinese: ancora una volta la vulnerabilità delle popolazioni e delle infrastrutture di fronte agli effetti del cambiamento climatico costituisce un drammatico monito. Anche le sfide dell’intelligenza artificiale, come nel caso dei lavoratori kenyani sfruttati nell’outsourcing dei dati utilizzati per sistemi di AI, mostrano come l’economia digitale trasferisca nel Global South i costi umani ed etici dell’innovazione. In questa prospettiva potrebbe avere un senso più ampio anche il Piano Mattei, perché si concretizzi sul piano multilaterale in un approccio paritario e articolato attorno al controllo delle migrazioni, all’istruzione e alla formazione, alla salute, all’agricoltura, all’acqua e all’energia, alle infrastrutture.

È da questa visione della cooperazione che una partecipazione dell’Italia all’Onu potrebbe assumere allora una nuova dimensione politica e istituzionale, come proposta concreta sul tema dell’81ª Assemblea Generale: insieme a un gruppo di Paesi europei, del Global South e di altri Paesi comunque sostenitori dell’Onu, l’Italia potrebbe iniziare a utilizzare maggiormente gli strumenti della stessa Assemblea Generale, organismo rappresentativo di tutta la comunità internazionale che può ancora fermare le logiche egemoniche dei “nuovi imperi”, superando anche i veti e l’immobilismo del Consiglio di Sicurezza. Il presupposto di questa intesa “neo-giusinternazionalista”, fondata sul diritto internazionale e su una prospettiva postcoloniale, è ritrovare una grammatica comune nella difesa intransigente della Carta delle Nazioni Unite, della Convenzione per la prevenzione del genocidio del 1948 e delle Convenzioni di Ginevra del 1949, elevandole da reperti formali a strumenti di resistenza geopolitica. Il baricentro istituzionale di questa convergenza risiede nella “dottrina della *Uniting for Peace*”, la Risoluzione 377A del 1950: l’Assemblea Generale dell’Onu, per porre fine alla guerra di Corea, concepì un importante strumento giuridico che offre ancora oggi la chiave di volta per superare lo stallo e l’irresponsabilità dei grandi blocchi. Questa dottrina codifica un principio di supplenza democratica fondamentale: quando il Consiglio di Sicurezza fallisce nel suo compito primario di mantenere la pace a causa del veto di un membro permanente, la responsabilità collettiva si trasferisce immediatamente e legittimamente all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. L’Assemblea, dove il voto di ogni singola nazione ha lo stesso peso e dove la convergenza tra Europa e Global South può strutturarsi in una maggioranza schiacciante, acquisisce così il potere di convocarsi in sessione d’emergenza entro ventiquattr’ore per ricercare misure di cessate il fuoco, deferire le contese alla Corte internazionale di giustizia e dovrebbe ora anche avere la forza di far schierare, se necessario, missioni di pace per ripristinare l’ordine violato.

Si tratta, perciò, di ricostruire un’intesa strategica tra Europa e Global South, e altri attori affini, sulla base di principi universali da rendere effettivi: il rispetto della Carta delle Nazioni Unite, il divieto dell’aggressione, la protezione dei civili, il diritto internazionale umanitario, la prevenzione dei crimini internazionali e la cooperazione con le istituzioni giudiziarie internazionali. Questa convergenza avrebbe anche un obiettivo politico essenziale: superare la percezione, da parte dei Paesi del Global South, che il diritto internazionale venga applicato con il “doppio standard”, a seconda degli Stati coinvolti. La credibilità della legalità internazionale dipende dalla sua coerenza.

La posta in gioco, dunque, non è la creazione di un nuovo diritto internazionale, ma la restituzione di effettività a quello esistente. Per superare la navigazione a vista occorre perciò costruire maggioranze, attivare procedure e, soprattutto, valorizzare l’Assemblea Generale, superando il Consiglio di Sicurezza quando è paralizzato o in mano agli “imperi”, impedendo che la selettività geopolitica svuoti di significato la pretesa universale della pace.

In questi scenari delicati si inserisce anche la scelta del nuovo Segretario generale dell’Onu, che dovrebbe decidersi entro l’anno: la nomina spetta all’Assemblea Generale, ma su raccomandazione del Consiglio di Sicurezza, per cui il veto di un membro permanente può bloccare una candidatura. L’Assemblea può tuttavia esercitare un forte peso politico, se costruisce un consenso tra Europa e Global South, affinché la nomina non sia soltanto espressione delle grandi potenze. Una figura autorevole, perché sostenuta da un’ampia convergenza internazionale, potrebbe infatti restituire al Segretario generale un ruolo più incisivo per rilanciare la funzione dell’Onu come sede di mediazione e di prevenzione dei conflitti.

Ogni scetticismo è deleterio se si rinuncia a considerare la possibilità che l’Onu sia riformata, e va ribadita la necessità di creare strutture più snelle e realmente operative, a cominciare dal dare un nuovo assetto ai “Caschi blu”. Per questo il ruolo e la presenza attiva dell’Italia e dell’Europa non debbono mancare a New York nel prossimo futuro. La questione riguarda, in definitiva, ciò che l’Italia e l’Europa intendono proporre sul futuro dell’ordine internazionale. Per l’Italia, in particolare, esserci dovrebbe significare soprattutto avere una proposta per riformare l’ordine multilaterale, rendendo effettivi il diritto internazionale, la protezione dei civili, la prevenzione dei conflitti e i diritti fondamentali. L’Assemblea Generale, che riunisce tutti gli Stati sul principio dell’uguaglianza formale, è il luogo nel quale può ancora essere tentato un percorso capace di fermare le logiche di guerra e di prevenire altre catastrofi umanitarie. Non si può attendere che i nuovi “potenti della terra” disegnino la loro architettura sovranazionale per fare degli altri solo Stati vassalli. È necessario, dunque, che leadership responsabili sappiano costruire un fronte comune tra democrazie resilienti e medie potenze per riattivare un’Onu riformata, restituendole forza politica, credibilità e capacità di agire. È su questa possibilità che l’Italia e l’Europa, con tutte le loro istituzioni di garanzia e insieme alle rappresentanze della società civile, dovrebbero riflettere per pensare soprattutto a come costruire la pace.

* Membro dell’International Law Association.