La fame come nuova frontiera della guerra globale

di Giuseppe Gagliano

La fame non è più soltanto una tragedia umanitaria. È diventata uno degli indicatori più precisi del disordine internazionale. Il nuovo Rapporto globale sulle crisi alimentari dice che nel 2025 ben 266 milioni di persone sono state colpite da livelli elevati di insicurezza alimentare in 47 Paesi e territori. Una cifra che non fotografa un incidente passeggero, ma una frattura strutturale del sistema mondiale.
Il dato più inquietante non è soltanto la grandezza del fenomeno. È la sua persistenza. La fame cresce mentre il mondo produce abbastanza cibo per nutrire tutti, mentre la tecnologia agricola avanza, mentre i mercati globali continuano formalmente a funzionare. Il problema, dunque, non è la scarsità assoluta. È l’intreccio fra guerra, clima, energia, finanza, logistica e potere politico. In altre parole: la fame è ormai una conseguenza diretta della geopolitica.
Nel 2025, 1,4 milioni di persone hanno vissuto in condizioni catastrofiche, il livello più grave della fame acuta. Haiti, Mali, Gaza, Sud Sudan, Sudan e Yemen sono i nomi di questa geografia della disperazione. Per la prima volta dalla nascita del Rapporto, sono state dichiarate due carestie nello stesso anno: una a Gaza, l’altra in Sudan. Due scenari diversi, ma accomunati da una stessa logica: quando lo Stato collassa, quando la guerra distrugge le reti civili, quando gli aiuti diventano arma negoziale o bottino politico, il cibo scompare prima ancora della pace.
La crisi alimentare mondiale non nasce nei campi, ma spesso nei comandi militari, nelle cancellerie, nei porti bloccati, nei mercati energetici. I conflitti armati restano il primo motore dell’insicurezza alimentare. Non distruggono solo vite e città: interrompono semine, raccolti, trasporti, catene del freddo, accesso all’acqua, cure mediche, moneta, credito. Una guerra moderna non affama solo perché bombarda. Affama perché spezza l’intera infrastruttura sociale della sopravvivenza.
A questo si aggiunge il nodo energetico. Petrolio, gas e fertilizzanti sono entrati nella stessa equazione. Quando il costo dell’energia sale, aumenta il prezzo del trasporto, della produzione agricola, dell’irrigazione, della trasformazione alimentare. Quando i fertilizzanti diventano più cari o più difficili da reperire, i raccolti diminuiscono proprio nei Paesi più fragili. Le escalation in Medio Oriente e le tensioni nei mercati energetici non restano dunque chiuse nei grafici delle borse merci: arrivano direttamente nel prezzo del pane, del riso, dell’olio, della farina.
È qui che la fame diventa geoeconomia pura. Chi controlla energia, rotte marittime, fertilizzanti, porti, credito e assicurazioni controlla anche la possibilità di nutrire intere popolazioni. Il cibo non è più soltanto bene primario. È leva di pressione, fattore di stabilità interna, strumento di influenza internazionale.
Il Rapporto mostra un deterioramento che non può essere liquidato come emergenza temporanea. In dieci anni il numero di persone in insicurezza alimentare acuta è raddoppiato. Questo significa che il sistema internazionale non sta gestendo una crisi: la sta normalizzando.
Nel 2025, dieci Paesi concentravano circa due terzi di tutti i casi mondiali. Nigeria, Repubblica Democratica del Congo e Sudan rappresentavano da soli quasi un terzo del totale globale. Non è un caso. Sono Paesi attraversati da guerre interne, fragilità istituzionali, competizione per risorse, pressioni demografiche, interferenze esterne e crisi climatiche. La fame, in questi contesti, non è mai isolata: è l’effetto finale di sovranità deboli, economie estrattive, milizie armate e istituzioni incapaci di proteggere la popolazione.
Alcuni miglioramenti sono stati registrati in Bangladesh, Niger e in aree limitate di Nigeria e Sudan. Ma si tratta di segnali parziali, insufficienti a cambiare la direzione generale. Al contrario, Afghanistan, Repubblica Democratica del Congo e Myanmar registrano peggioramenti significativi. Sono tre casi che spiegano bene la nuova mappa della fame: isolamento politico, guerra civile, crisi economica, sanzioni, spostamenti forzati, controllo militare del territorio.
La malnutrizione infantile è la parte più dura di questa crisi. Si stima che 35,5 milioni di bambini tra i 6 e i 59 mesi, in 23 Paesi e territori, soffrano di malnutrizione acuta. Di questi, 9,7 milioni sono in condizioni gravi. Non sono numeri astratti. Sono bambini la cui crescita fisica e cognitiva viene compromessa in modo spesso irreversibile.
La fame infantile è una condanna lunga. Produce generazioni più fragili, sistemi sanitari più esposti, economie meno produttive, società più instabili. Ogni bambino malnutrito oggi è anche un costo strategico domani: meno istruzione, meno lavoro, più malattia, più dipendenza dagli aiuti, più vulnerabilità alla violenza e al reclutamento armato.
Proprio mentre la crisi cresce, i finanziamenti umanitari calano. Nel 2025, i fondi internazionali contro la fame si sono ridotti del 39 per cento rispetto all’anno precedente. Anche il sostegno allo sviluppo è diminuito di almeno il 15 per cento. È il paradosso più crudele: la domanda di aiuti aumenta mentre l’offerta politica diminuisce.
Questo non è soltanto un problema di generosità. È un errore strategico. Tagliare gli aiuti alimentari significa moltiplicare instabilità, migrazioni forzate, epidemie, economie illegali, guerre locali e crisi regionali. Ogni euro risparmiato oggi rischia di trasformarsi domani in spesa militare, controllo delle frontiere, missioni di emergenza, assistenza tardiva e instabilità geopolitica.
La fame non rimane mai confinata. Si muove con le persone, con le guerre, con i mercati, con le rotte migratorie. Pensare di lasciarla lontana è un’illusione da Paesi ricchi.
Il Rapporto avverte che, senza prevenzione dei conflitti, adattamento climatico e nuovi meccanismi di finanziamento, nuove carestie non possono essere escluse. Ma questa frase, tradotta politicamente, significa una cosa semplice: il mondo sa che cosa sta accadendo, ma non ha ancora deciso di impedirlo.
La fame del 2025 è già un avvertimento per il 2026. Non riguarda soltanto chi non ha pane. Riguarda l’ordine internazionale che non riesce più a garantire sicurezza alimentare, stabilità climatica, protezione dei civili e continuità degli aiuti. In un sistema globale che investe cifre immense nel riarmo, nella competizione tecnologica e nella guerra economica, lasciare senza cibo centinaia di milioni di persone non è una fatalità. È una scelta politica.
Ed è forse questa la verità più scomoda: la fame non arretra perché il mondo non ha ancora deciso che debba davvero arretrare.