di Giovanni Caprara –
Sulla risoluzione della guerra civile in Siria, i principali attori si erano trovati contrapposti sulle strategie di intervento atte a pacificarla. L’Unione Europea inizialmente aveva ribadito il proprio ruolo di moderato in favore di una conclusione politica, salvo poi scollarsi dopo il 21 agosto, quando in Siria si è ricorso all’uso delle armi chimiche; gli Stati Uniti, hanno dato luce verde all’intelligence, la quale ha schierato i Global Hawk che, decollando da Sigonella ed Incirlik, monitorano le truppe governative siriane con immagini ad altissima risoluzione ed intercettazioni ELINT. Ma il provvedimento di maggior peso è stato l’implementazione della forza navale con la dislocazione nell’area mediterranea di due portaerei e la relativa scorta. Naturalmente anche Israele ha interessi in questo avvenimento, e garantisce la sua sicurezza sia con i droni, quanto con acquisizioni di dati dalle postazioni di guerra elettronica istallate sul monte Hermon e sulle alture del Golan. A dimostrazione di un crescente stato di allerta della Nazione Ebraica, è stata effettuata una esercitazione militare dimostrativa con il lancio di due missili a medio raggio. Un ruolo chiave è detenuto dagli iraniani: fonti francesi ne denunciano la funzione di addestratori dell’Unità 101 e della IV Divisione, i simboli militari di al-Assad. Di fatto, una condizione politica e militare piuttosto intricata, dove la diplomazia aveva palesato una netta inattuabilità a porre fine ai combattimenti, pertanto la Federazione Russa decise di fornire armi al regime di al-Assad. Un passo estremamente fermo, le cui implicazioni si sono ripercosse sulle trattative di pace. L’oggetto del contendere, è il sistema d’arma S-300. Sono dei sofisticati missili terra-aria antiaerei ed antimissile, le cui specifiche operative li rendono idonei alla creazione di una “no-fly zone”, ma in particolare sarebbero un formidabile deterrente per possibili interventi esterni sul territorio siriano. Questo sistema d’arma è già in Siria, ma sotto il controllo dei militari russi a difesa del porto di Tartus per garantire l’ormeggio delle navi da guerra della Federazione Russa, fondamentali per mantenere la presenza di Mosca nel Mediterraneo al fine di non alterare l’equilibrio strategico con la VI flotta statunitense. La prima reazione militare, è giunta rapidamente da uno dei paesi maggiormente coinvolti: Israele. Nei mesi scorsi, la “Heyl Ha Avir” aveva compiuto tre raid sul territorio siriano: sul centro di ricerche a Jamraya, sulla base aerea di Dimas ed alcuni convogli di missili Fateh 110, di fabbricazione iraniana, diretti in Libano. Alcune fonti citano anche la cittadina di Maysaloun e la 4° divisione siriana. Ma l’implementazione della difesa aerea di Assad, li costringerebbe ad una tattica diversa laddove volessero perseverare in attacchi preventivi. Il Ministro della Difesa israeliano Mosche Yaalon, ha dichiarato che “saprà cosa fare” appena gli S-300 saranno operativi. La minaccia sottintesa è, con ogni probabilità, la distruzione del sistema d’arma. L’aeronautica militare israeliana, non sarebbe insolita a queste missioni. Nel 2007, Mosca fornì ad Assad il sistema Pantsyr-S1E “Greyhound” e nella notte tra il 5 e al 6 settembre di quello stesso anno, sei caccia F-16 decollati dalla base aerea di Ramon, testarono la reattività dei missili S1E, dislocati a Latakia ed a Tal al-Abiad, nei pressi del confine turco. Due aviogetti israeliani furono rilevati dal radar per l’avvistamento lontano P-35M ed ingaggiati dalle batterie S-200 e poi dai radar P-15M e dai missili S-125M1, con una gittata operativa di oltre 30 km. Gli altri quattro, furono agganciati a loro volta, dai siriani mentre volavano ancora sullo spazio aereo turco. Il lancio dei missili colse quasi di sorpresa gli israeliani, i quali dovettero impegnare i loro velivoli in precise manovre difensive, coadiuvate anche dagli apparati ECM di bordo. A seguito di tale incursione, decollarono da Hamah in “scramble” sei Mig-29, ma non riuscirono ad intercettare gli incursori. Tale operazione, permise agli strateghi di Tel Aviv, di apprendere il funzionamento dei nuovi terra-aria e della capacità di reazione dei caccia intercettori siriani. L’installazione degli S-300 in Siria e la loro eventuale distruzione o comunque l’acquisizione delle capacità operative, sarebbe di grande utilità per Israele, di fatti sono gli stessi posti a difesa dell’asset nucleare iraniano. I governativi siriani, stanno recuperando le posizioni perse, riconquistando siti strategici. Questo può aver indotto la Federazione Russa al rischio di interrompere il processo di pace per anticipare un progetto valutato già da tempo a favore dell’alleato storico. L’immediata contromossa del Presidente Obama è stata inizialmente la minaccia di un intervento armato, seppur limitato ai siti strategici siriani, salvo poi attendere il parere del Congresso statunitense. Un atto che avrebbe ingenerato un possibile allargamento del conflitto a tutto lo scacchiere del Vicino Oriente, benchè sia probabile la cautela di alcuni paesi come Israele stesso che ha la necessità di mantenere integro il proprio arsenale in previsione di una escalation con l’Iran; la Giordania è valutata da molti analisti tra le Nazioni più occidentalizzate ed allo stato dei fatti, non sembrerebbe voler essere coinvolta in una guerra, in quanto ha l’onere del recupero della coesione del tessuto sociale interno diviso tra le due etnie dominanti, dove il contendere è nella partizione dei ruoli chiave del Paese. È plausibile supporre che l’instabilità si sviluppi ulteriormente con la complicità degli esuli siriani, i quali potrebbero rafforzare la compagine del movimento islamico producendo la destabilizzazione del dinamismo regionale e della democrazia giordana. Il Regno Hashemita è in parte retto dagli aiuti economici statunitensi, principalmente per vincolarlo all’influenza occidentale, candidandolo al contempo come maggior partner nel processo di pace israelo-palestinese, ridefinendo quindi, la sua posizione strategica nell’area del Levante; l’Egitto, possibile protagonista di un conflitto regionale, è preso nell’istituire una politica democratica dopo il golpe militare. Gli obbiettivi primari, dovrebbero essere incentrati sul rispetto dei diritti civili e la completa integrazione delle minoranze. L’Egitto sembra aver perso il ruolo di perno geopolitico della regione e per avviarsi verso una ritrovata credibilità, probabilmente dovrebbe garantire, innanzi tutto, il trattato di non belligeranza con Israele e ridefinire le alleanze. I rapporti diplomatici con gli U.S.A. sembrano essere saldi, l’Amministrazione Statunitense non ha mai definito come un golpe la destituzione di Morsi e l’appoggio economico è tutt’ora in essere con l’erogazione di oltre un miliardo di dollari l’anno. Anche gli aiuti in campo militare non sono stati interrotti, infatti la fornitura dei caccia F-16 sarà completata nei tempi precedentemente stabiliti. La lettura della situazione egiziana, però potrebbe non essere di immediata interpretazione, in quanto per la prima volta da tanti anni, i carri armati sono stati schierati lungo il confine fra il Sinai e la Striscia di Gaza. La missione è quella di impedire le attività di contrabbando e l’infiltrazione di estremisti a supporto della fazione del deposto Presidente, ma se questo dovesse avvenire, il processo di democratizzazione subirebbe un ritardo tale da incidere probabilmente sulla pacificazione di tutta l’aerea. Se è ipotizzabile che, approfittando della generale instabilità, le Nazioni confinanti allo Stato Ebraico volessero tentare un colpo di mano ed invaderlo, l’intervento Statunitense riequilibrerebbe le perdite iniziali, ma questa ipotesi è comunque poco attuabile a causa delle condizioni in cui versa l’esercito siriano sfiancato dalle defezioni, dai militari vittime della sommossa, e dagli eventuali attacchi missilistici statunitensi. Le armate egiziane sono impiegate a garanzia del regolare svolgimento delle elezioni politiche, dunque, un attacco coordinato contro Israele attualmente sembra di difficile realizzazione, a meno di un intervento Iraniano, ma il neo eletto Presidente della Repubblica Islamica è salutato come un moderato. Da tutti tranne che dai Sionisti, i quali ricordano che l’arsenale nucleare è sempre sotto il controllo dell’autorità Religiosa. Anche il Libano, dove si sono riversati gli esuli siriani, potrebbe intervenire in un possibile conflitto regionale, con le milizie di Hezbollah protagoniste in passato di lanci di razzi verso Israele. Dopo la decisione di Mosca e l’uso di armi chimiche, si sono aperti dunque nuovi scenari, dove alla posizione degli Stati Uniti si è avvicinata la Comunità Europea, dalla quale si è distaccata l’Italia, almeno dopo le dichiarazioni del ministro degli Esteri Emma Bonino. Il Ministro degli Esteri, ha infatti dichiarato la sua opposizione all’eventualità di una ingerenza militare, sottolineando anche la concreta possibilità di una sospensione della conferenza di pace a Ginevra, ma dopo la delibera delle Nazioni Unite, sembra che Ginevra 2 sia possibile, sulla stessa posizione il Presidente Letta il quale ha sempre evocato una posizione inequivocabile dell’ONU. Per l’intanto, però, il cacciatorpediniere Andrea Doria, una nave con capacità antiaerea e lanciamissili, è salpata verso la zona operazioni, con la missione di proteggere i militari italiani di stanza in Libano ed a supporto dell’UNIFIL. L’Inghilterra, dapprima ferma nell’agevolare una ritorsione armata, ha deciso di leggere prima il rapporto ONU, pertanto la sola Francia è rimasta saldamente affiancata alla posizione interventista degli U.S.A. Politicamente, la Russia perseverando nel diniego ad un intervento militare, ha il vantaggio di mantenere stabili i rapporti con il suo alleato, e vuole confermare la propria leadership in uno scacchiere fondamentale come quello del Vicino Oriente. La decisione della Federazione Russa ha la finalità ben precisa di prevenire una invasione militare della Siria. Nella politica di Putin degli ultimi anni, questo è un passo che differisce in parte da quella adottata precedentemente. Un abbandono della linea morbida a favore di un interventismo comunque tale da non alterare l’equilibrio regionale. Sembra evidente quanto gli analisti russi abbiano valutato la crisi e consegnato al Cremlino una visione di insieme nella quale prevaleva il futuro dell’alleato. Probabilmente, lo scenario più temuto è la prospettiva di una frammentazione della Siria in differenti enclave, sia etniche che religiose. Una condizione di difficile gestione, ma con la quasi certa risultanza di un inasprimento del conflitto interno. L’integrità di Mosca si evidenzierà solo se la soluzione della crisi sarà politica, se non altro per convalidare le dichiarazioni iniziali di Putin, fervente oppositore ad un intervento in qualsiasi forma ed assertore della legittimità dell’elezione democratica di un leader. Fra le ambizioni del Cremlino, è sempre risaltata quella di allargare l’area di influenza sul Mediterraneo. La scelta della Siria sembra geograficamente appropriata, dovendo escludere la Turchia la quale ha velleità occidentali, tant’è che si è resa disponibile ad un intervento militare. Questa potrebbe essere la chiave di lettura del nuovo atteggiamento dei russi, poiché storicamente avviato dal secondo dopoguerra, quando ripensarono la politica estera, in particolare nell’area del Vicino Oriente. Una condotta costante che subì un solo momento di rallentamento: la caduta dell’Unione Sovietica. Inoltre, il sostegno di Mosca è volto ad impiantare un cuscinetto al dominio di Israele con l’intento di appoggiare le posizioni moderate dei Paesi del Levante in tal modo da fronteggiare il movimento filo-occidentale imperniato sugli scambi commerciali. Prova è lo schieramento di navi da battaglia inviate a rinforzo di quelle già ormeggiate a Tartus. Un vero e proprio CVBG con la portaerei Azov, fregate ed unità di supporto. L’annuncio ufficiale è stato dato direttamente dal Comandante in capo della Marina Militare, il quale tatticamente non ha accennato ai sommergibili, ma almeno uno di scorta alla Azov deve esserci senza dubbio alcuno. Le capacità operative della rinnovata Flotta Russa nel Mediterraneo, sono comunque ridotte, non solo per il numero, ma quanto per l’approntamento tecnico delle singole unità che ne limitano la minaccia nei confronti di quelle Statunitensi, benchè il ruolo sia fondamentalmente diverso dal passato, quando la missione era definita nell’equilibrio nucleare, sostenuto dai sommergibili strategici lanciamissili. Altro elemento destabilizzante è proprio la presenza dell’elevato tonnellaggio nel Mediterraneo di varie Nazioni, tra queste anche Iran, Israele, Francia e NATO, perché un qualsiasi atto, anche di non provocazione ma semplicemente addestrativo potrebbe essere interpretato erroneamente e scatenare le conseguenti tragiche ritorsioni. Ma nel mentre l’attenzione è centrata sulle questioni militari, l’interesse nodale della Federazione Russa, è prevedibilmente riconducibile al gas, con il preciso intento di controllare i paesi europei. Un gioco molto delicato che identifica la Siria come alleato fondamentale per l’Iran il quale controlla il Golfo di Hormuz, imprescindibile via d’acqua per le forniture mondiali del combustibile. Dunque, chi detiene il controllo della Siria è in grado di influenzare gli scambi commerciali con cospicui vantaggi monetari e concederebbe a Mosca l’egemonia sui fabbisogni Europei. La sigla su accordi economici strategici, come l’assorbimento di aziende del Vecchio Continente con i bilanci gravati da uscite tali da accompagnarle al fallimento, pongono la Russia in posizione di vantaggio rispetto agli attori principali delle dinamiche economiche europee. Gli accordi energetici, sono improntati ad una politica di condizioni proficue quale la riduzione del prezzo del gas e la distribuzione a lungo termine, con l’intento di fronteggiare la concorrenza di altri paesi produttori. Un effetto non secondario è quello di aver coinvolto Nazioni “storicamente nemiche” come il Regno Unito per la costruzione di centrali nucleari, strappando la commessa ai più titolati francesi. Ma se gli interessi della Russia sembrano avere una valenza logica, perché solamente dopo le dichiarazioni di volontà provenienti da Mosca, gli Stati Uniti hanno preso in considerazione di sostenere militarmente le truppe ribelli? Eppure l’intenzione dichiarata da Obama di non intervenire, era netta e concreta. Forse negli Stati Uniti aleggia ancora l’odore acre della sconfitta nel Vietnam o più recentemente in Afghanistan. L’equilibrio si è spostato verosimilmente perché, il Presidente Statunitense non desidera passare alla storia come colui che rimase a guardare inerme una guerra civile che potrebbe influenzare nuovi assetti economici e militari. Non a caso, nella vicina Giordania sono stati schierati i Patriot e gli F-16. Il cambio di strategia politica, doveva però essere supportato da avvenimenti che giustificassero il nuovo corso, soprattutto alla maggior parte degli statunitensi favorevoli al non-interventismo. Come valse per l’Iraq, ecco materializzarsi le temute armi di distruzione di massa, in questo caso chimiche, bandite con orrore dalla Comunità Occidentale, gli ispettori dell’ONU ne hanno certificato l’avvenuto uso, ma resta incerto se la responsabilità sia dei lealisti piuttosto che degli insorti. È proprio questo il motivo sul quale verte la disputa fra le due superpotenze. Ora, la percezione internazionale ha voltato la sua attenzione su un conflitto che sembrava andare dimenticato. Quando i ribelli saranno in grado di reggere il confronto con le truppe regolari, le sorti della guerra volgeranno in favore degli insorti, destinati dunque a vincere la contesa. La Siria sarà pacificata, ma a questo punto, Washington dovrà sostenerla anche politicamente, senza allargare le tensioni con la Federazione Russa, gli stessi ai quali raccomandarono una efficace mediazione fra le parti contrapposte. Esiste anche una seconda possibilità: gli insorti potrebbero accelerare i colloqui di pace prima di prendere il controllo totale del territorio. Ecco aprirsi uno scenario dove Washington e Mosca potrebbero confrontarsi e dividersi la Siria in due parti ben contraddistinte, benchè il G8 in Irlanda del Nord non abbia fornito indicazioni precise sul futuro assetto politico della Nazione islamica. Mosca punterebbe al controllo militare ed al ritorno politico-economico sulla scena del Levante e Washington non vedrebbe alterato lo status quo di alleanze ed assetti territoriali. È stato anche paventato l’interesse degli statunitensi a gestire una risorsa estremamente cara ai paesi tecnologicamente avanzati: gli idrocarburi. L’embargo per l’esportazione all’Iran e l’interruzione delle importazioni dalla Libia, hanno acceso il rischio geopolitico dell’approvvigionamento di questa materia prima. Le analisi di mercato, palesano un calo di richieste provenienti dagli Stati Uniti e dall’Europa, chiusa in una crisi economica su larga scala e tale condizione, ha in parte bilanciato la diminuzione della produzione di idrocarburi, ma l’instabilità politica di Algeria, Egitto, Yemen, Sudan e Bahrein, in aggiunta al timore di un contagio delle monarchie del Golfo, rischia di non poter soddisfare il fabbisogno futuro in un periodo post-crisi. Questo quadro di insieme, deve essere valutato in modo inequivocabile: la capacità produttiva e di raffinazione del settore petrolifero siriano, non ha una valenza tale da sopperire alle esigenze mondiali, pertanto la politica statunitense non è orientata in modo esclusivo all’aspetto squisitamente finanziario, ma con tutta probabilità a garantirsi una fattiva presenza strategica in una zona, dove il fondamentalismo religioso e la cultura popolare non le hanno permesso una influenza determinante ed anche ad impedire la creazione di questo asse Siria-Iran-Russia per il controllo del gas. Naturalmente, tutto ciò non prescinderà dalla volontà del Cremlino. Altra motivazione che avrebbe pesato sulla decisione Russa di inviare armi alle truppe di al-Assad, sarebbe la fattiva collaborazione della CIA con gli insorti. Sono gli stessi media statunitensi a suggerire tale ipotesi, in quanto riportano la notizia che l’intelligence avrebbe costantemente fornito ai ribelli i movimenti delle truppe regolari e questo indubbiamente ha agevolato le operazioni militari degli insorti. La CIA, deterrebbe anche il ruolo di coordinatore sulle forniture belliche agli anti-governativi, provenienti dal Qatar, Arabia Saudita e Giordania. Su questa ipotesi, esistono prove quasi tangibili, ossia l’imponente ponte aereo che ha come destinazione ufficiale gli aeroporti turchi, dove atterrano i giganteschi velivoli da trasporto tattico C-17 dell’USAF. L’unico accordo possibile per impedire l’escalation della rivolta, è nella mossa russa di agevolare l’egida dell’ONU sul controllo delle armi chimiche in possesso di Assad e che quest’ultimo non receda all’accettazione di tale condizione. Il risultato si è subito palesato nello slittamento per la valutazione dell’opzione militare del Congresso statunitense ed al ritorno alla trattativa politica sulla crisi siriana, con la necessaria cautela degli occidentali. Poi è giunta la risoluzione delle Nazioni Unite, peraltro votata all’unanimità, dove si obbliga il regime di Assad ad eliminare l’arsenale chimico. E’ plausibile supporre che la soluzione, seppur momentanea, accolta dunque anche dagli iraniani, possa essere una indicazione futura sul comportamento da adottare, proprio da quest’ultimi, per mitigare lo stato di crisi in cui versa il Vicino Oriente. Il primo risultato sembra essere stato raggiunto nel timido tentativo del Presidente iraniano di tentare un avvicinamento con gli Stati Uniti, con la chiara dichiarazione di intenti sullo sviluppo pacifico del nucleare dichiarato in sede ONU, ma soprattutto con il contatto telefonico avvenuto tra Obama e Rohani, un accadimento determinante alla distensione fra i due paesi dopo la Rivoluzione islamica del 1979. L’ostacolo maggiore, resta nel comportamento che adotterà Assad, ossia se i suoi atti saranno limpidi e la collaborazione priva di atteggiamenti ostativi. Dunque, la rivolta siriana, almeno sino alla conferenza di Ginevra, rimane il veicolo per una profonda variazione degli assetti geopolitici del Levante, una ipotesi che le superpotenze sembrano aver soppesato con ritrovata coesione.
Giovanni Caprara




