Dire *

Keir Starmer ha convocato il gabinetto e ha detto quello che i suoi detrattori non volevano sentirsi dire: non si dimette. Il primo ministro britannico si è assunto la responsabilità dei risultati elettorali, ha riconosciuto che le ultime quarantotto ore hanno prodotto instabilità con conseguenze economiche reali per il paese e per le famiglie. Poi ha chiuso: il Partito Laburista ha una procedura per contestare un leader, ma nessuno l’ha ancora attivata.

Sullo sfondo, una rivolta a mezzo stampa. I deputati laburisti hanno continuato a pubblicare lettere di richiesta dimissioni. Il Times ha contato almeno ottantuno parlamentari che chiedono la testa di Starmer. Un numero che non è casuale: corrisponde alla soglia necessaria affinché un candidato possa formalmente presentarsi alla sfida per la leadership.

Eppure il premier ha ragione su un punto tecnico, e su quello si è trincerato. Le regole laburiste non funzionano come quelle conservatrici. Tra i Tory, se abbastanza parlamentari chiedono un voto di sfiducia, il voto si tiene e il risultato è vincolante. Nel Labour non esiste una soglia equivalente. Ottantuno firme su una lettera non producono nessuna conseguenza procedurale automatica. Sarebbero rilevanti solo se quegli ottantuno deputati convergessero sullo stesso candidato alternativo, cosa che, nella pratica della politica britannica, non accadrà.

* Fonte: agenzia Dire.