La soluzione per l’Iran auspicabile passerebbe attraverso le Nazioni Unite e l’Europa

Crisi di legittimità interna, contenimento geopolitico e limiti dell’opzione militare rendono la via multilaterale l’unico percorso sostenibile per la transizione iraniana.

di Maurizio Delli Santi *

La crisi iraniana ha assunto una dimensione strutturale, combinata da repressione interna, indebolimento economico e isolamento strategico. Un intervento militare americano risulterebbe controproducente, mentre una transizione imposta dall’esterno mancherebbe di legittimità. L’unica opzione auspicabile sarebbe un processo multilaterale sotto egida ONU, con un ruolo centrale dell’Europa come garante politico e giuridico di una transizione graduale e verificabile. Saranno capaci di una iniziativa diplomatica forte su questo percorso?

La crisi interna: repressione, economia e collasso della legittimità.
Una soluzione stabile per la crisi iraniana non può fondarsi né su un intervento militare statunitense né su un cambio di regime imposto dall’esterno. Entrambe le opzioni produrrebbero effetti destabilizzanti, rafforzando le dinamiche di chiusura del sistema e compromettendo la legittimità di qualsiasi processo di transizione. L’unica traiettoria credibile è quella di un’iniziativa multilaterale sotto egida delle Nazioni Unite, nella quale l’Europa assuma un ruolo centrale di mediazione politica e garanzia giuridica, affiancata da attori regionali disponibili a sostenere una transizione e non a strumentalizzarla.
La crisi iraniana ha ormai superato la dimensione episodica. Le stime convergenti di organizzazioni indipendenti e delle strutture delle Nazioni Unite indicano migliaia di vittime, un uso sistematico della forza letale contro i manifestanti, oltre diecimila arresti e un quadro repressivo caratterizzato da detenzioni arbitrarie, torture, violenze sessuali e procedimenti giudiziari sommari dinanzi ai tribunali rivoluzionari. L’impiego di fattispecie religiose come la moharebeh, “guerra contro Dio”, per giustificare condanne penali costituisce una violazione diretta degli obblighi internazionali assunti da Teheran in materia di diritti civili e politici.
Sul piano socioeconomico, la crisi è aggravata da inflazione strutturale, svalutazione della moneta e impoverimento diffuso, fattori che hanno accelerato la trasformazione del malcontento in contestazione aperta del sistema di potere. Tuttavia, la natura della protesta non è esclusivamente economica o politica, essa investe una dimensione etica profonda, legata alla dignità individuale, alla libertà del corpo, in particolare quello femminile, e alla possibilità di dissentire senza essere annientati. Il ricorso sistematico ai Guardiani della Rivoluzione come strumento repressivo segnala la consapevolezza del regime di trovarsi di fronte non a una protesta settoriale, ma a una crisi di legittimità strutturale che investe il fondamento stesso dell’autorità teocratica.

L’Iran nello scenario regionale: contenimento e perdita di proiezione.
In parallelo, la postura geopolitica dell’Iran evidenzia segnali di progressivo indebolimento. La leadership della Guida Suprema, segnata dall’età avanzata e da condizioni di salute precarie, appare sempre meno in grado di governare una fase di transizione complessa. L’Asse della Resistenza, costruito negli anni attraverso una rete di proxy armati, Hamas, Hezbollah, Houthi, come architettura ideologica e militare di contenimento dell’Occidente e di Israele, ha subito colpi significativi. Operazioni mirate contro i vertici militari, azioni preventive contro il programma nucleare e la crescente difficoltà nel sostenere simultaneamente più fronti regionali hanno ridotto sensibilmente la capacità di proiezione strategica di Teheran.
Stati Uniti e Israele hanno imposto limiti concreti all’espansione iraniana, dichiarando apertamente l’inaccettabilità di un Iran dotato di armi nucleari e adottando una strategia di contenimento orientata all’indebolimento progressivo del sistema. Russia e Cina mantengono una postura essenzialmente pragmatica, difendono formalmente il principio di sovranità iraniana e si oppongono sul piano retorico all’ingerenza occidentale, ma evitano un coinvolgimento diretto che le vincolerebbe a una difesa attiva del regime. Il mondo arabo resta diviso, mentre Turchia e Libano subiscono le ricadute regionali della crisi senza disporre, allo stato attuale, di strumenti decisivi per orientarne l’esito.

I limiti dell’opzione militare e del cambio di regime imposto.
In questo contesto, un intervento armato statunitense resta teoricamente possibile, ma politicamente controproducente. Il rischio principale non risiede tanto in una reazione russa, oggi concentrata sul fronte ucraino, quanto nella perdita definitiva di qualsiasi residua legittimità agli occhi della società iraniana. Un’azione militare, anche limitata, verrebbe percepita come un’ennesima ingerenza esterna e rafforzerebbe la narrativa del regime. Analogamente, il regime sanzionatorio, pur giustificato dalle politiche aggressive di Teheran, ha inciso in modo significativo sulla vita quotidiana della popolazione, alimentando inflazione e povertà e rendendo strutturalmente inaccettabile qualsiasi opzione di intervento armato occidentale prolungato, specie se accompagnato da un’occupazione come accaduto in Iraq e Afghanistan.
Dal punto di vista sociologico, è un errore interpretativo ritenere che la rivolta iraniana aspiri a una mera occidentalizzazione del sistema politico. La domanda di libertà civile e pluralismo non coincide con l’adozione del modello statunitense, né trova oggi un riferimento credibile nella restaurazione monarchica. La figura del figlio dello Scià non catalizza consenso diffuso, poiché il passato monarchico resta associato a un autoritarismo percepito come subordinato agli interessi occidentali. Sarebbe infatti fuorviante ritenere che le proteste abbiano cancellato il patrimonio simbolico della Rivoluzione del 1979.
In questo quadro, la specificità della cultura sciita iraniana assume un rilievo strategico. Lo sciismo incorpora nel proprio nucleo identitario il tema del martirio e della ribellione morale all’ingiustizia, radicato nell’evento fondativo di Karbalāʾ. La commemorazione dell’ʿĀshūrāʾ non è solo un rituale religioso, ma una riaffermazione simbolica di un principio politico, la legittimità non coincide con la forza e l’obbedienza al potere cessa quando esso tradisce la giustizia.

La via multilaterale: ONU ed Europa come garanti della transizione.
Per queste ragioni, una soluzione per l’Iran non può essere militare né imposta. La via auspicabile sarebbe un’iniziativa multilaterale sotto egida delle Nazioni Unite, con un ruolo centrale dell’Europa come garante di un processo fondato sul diritto internazionale.
Questo è il momento dell’Europa, non come potenza imperiale o mero attore economico, ma come soggetto politico capace di esercitare mediazione, responsabilità storica e visione strategica. Il problema è dunque uno solo, se l’ONU e l’Europa matureranno consapevolezza e determinazione per svolgere questo ruolo, e se qualche attore globale imperiale farà di tutto anche stavolta per ostacolarli.

* Membro dell’International Law Association.