di Simone Frusciante –
Il XII Congresso Nazionale del Partito Rivoluzionario del Popolo Lao (LPRP), che si è svoltoin questi mesi, ha confermato i leader del Paese per il quinquennio venturo. Sono stati rieletti Thongloun Sisoulith come segretario generale del Partito e presidente, Sonexay Siphandone come primo ministro e Xaysomphone Phomvihane come presidente dell’Assemblea nazionale. Questa continuità nelle massime cariche dello Stato, da attribuire principalmente al bisogno di stabilità in un momento colmo di sfide a livello domestico e internazionale, si accompagna a un processo di riforme che spaziano dall’amministrazione all’economia.
Nel marzo 2025 l’Assemblea nazionale ha approvato il terzo emendamento alla Costituzione laotiana del 1991. Tra i principali cambiamenti apportati sono inclusi l’attribuzione di una maggiore autonomia decisionale alle amministrazioni locali circa la gestione degli affari che le coinvolgono direttamente, l’introduzione di nuove misure anti-corruzione con il rafforzamento di organi deputati al controllo e alla revisione come la State Inspection Authority (SIA) e la State Auditing Organization (SAO), i cui ruoli sono stati dettagliati all’interno della Carta, e il potenziamento dell’Ufficio della Procura popolare (PPO), garantendogli poteri relativi all’azione penale oltre che di supervisione.
In aggiunta, è stata anche avviata la fusione di diversi ministeri: il ministero degli investimenti e della pianificazione economica è stato assorbito dal ministero delle finanze, il ministero dell’energia e delle estrazioni minerarie è stato combinato con il ministero dell’industria e del commercio, il ministero dell’ambiente e delle risorse naturali è stato accorpato al ministero dell’agricoltura e delle foreste. Suddette azioni, al pari di quelle sopraelencate, hanno lo scopo di snellire ed efficientare la burocrazia, combattere corruzione e sprechi, nonché svincolare risorse cruciali per altri settori, aprendo peraltro la strada a una transizione verso una governance più tecnocratica.
Quest’ultimo aspetto si ricollega all’importanza di prepararsi alle sfide che Vientiane deve affrontare sul fronte economico. Esso occupa uno spazio centrale nell’ambito del terzo emendamento, il quale ha modificato tra gli altri l’articolo 13 della Costituzione, enfatizzando il percorso compiuto dal Laos verso un’economia “indipendente e autosufficiente”, reso un vero e proprio slogan personale da parte del Presidente Sisoulith. Questa visione non solo mira a salvaguardare la sovranità laotiana attraverso la promozione di uno sviluppo sostenibile, ma si allinea anche con l’obiettivo di uscire dalla schiera dei Least Developed Countries (LDC) entro la fine di quest’anno, una svolta storica.
Nel 2025 il PIL laotiano è cresciuto di oltre il 4%, mentre per il 2026 le previsioni sono al ribasso al 4%. Su questo rallentamento pesano senza dubbio la difficile congiuntura internazionale, con i prezzi dell’energia saliti repentinamente a seguito dello scoppio del conflitto in Medio Oriente e il crescente protezionismo spinto dalla “guerra dei dazi” lanciata dagli Stati Uniti, ma anche condizioni interne. Tra queste, spiccano i bassi consumi dovuti all’inflazione, la quale, sebbene sia diminuita in modo esponenziale negli ultimi anni, continua a mantenersi su dei livelli troppo elevati (tra l’8 e il 10%). Il governo ha previsto di ridurla al di sotto del 5% nei prossimi anni.
Da non sottovalutare poi l’ingente debito pubblico, il cui rapporto con il PIL, secondo alcune stime, ha toccato il 120% nel 2025; il governo punta a ridurlo al 70% negli anni a venire. Stanti le condizioni attuali, comunque, risulta difficile che gli obiettivi di crescita fissati intorno a un valore di almeno il 6% annuo fino alla fine del decenni siano raggiunti. E sono proprio tali sopraccitate sfide che, come riportato in apertura, hanno reso necessario il bisogno di una continuità istituzionale.
In politica estera, il Laos, diversamente da altri vicini regionali dell’Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico (ASEAN), incontra maggiori difficoltà a portare avanti una strategia di allineamento multiplo, mantenendo relazioni molto strette con Cina e Vietnam, non solo per ragioni ideologiche, poiché tutti e tre gli Stati sono governati da regimi comunisti, ma altresì per motivi di pragmatismo economico, in quanto questi due Paesi, insieme alla Thailandia, sono i principali partner di Vientiane. Non va dimenticato, inoltre, che il Laos è senza sbocco sul mare, per cui esso dipende fortemente dai vicini per gli approvvigionamenti.
I rapporti con gli Stati Uniti, invece, si mantengono al minimo; in merito, basti pensare che il Laos è stato tra le pochissime nazioni del Sud-est asiatico a non aver trovato un accordo commerciale con Washington relativamente ai dazi imposti dal presidente Donald Trump lo scorso anno. La tariffa applicata a Vientiane è rimasta al 40%, attestandosi tra le più alte al mondo. Ciò che ha maggiormente colpito è stato il sostanziale disinteresse statunitense a instaurare un dialogo con il Laos in vista di un possibile accordo, il che conferma l’andamento insoddisfacente delle relazioni e spinge il Paese ancor di più tra le braccia di Pechino.
In base a quanto riportato in precedenza, il Laos è di fronte a una possibile svolta storica, avendo due opzioni a disposizione per affrontarla: da un lato, la continuità e la stabilità derivanti dalla rielezione delle massime cariche dello Stato tra i ranghi della politica tradizionale, dall’altro, la transizione verso un cambio generazionale rappresentato da una governance più tecnocratica e aperta alle riforme. Non è inevitabile che una delle due prevalga sull’altra, ma entrambe potrebbero supportarsi a vicenda in un percorso di evoluzione, seppur graduale, nei decenni a venire.












