di Giuseppe Gagliano

Israele sostiene di aver colpito depositi di armi e infrastrutture usate da Hezbollah per ricostruire capacità operative e preparare attacchi. La dinamica è ormai riconoscibile: un’azione presentata come preventiva e chirurgica, accompagnata dall’argomento della tutela dei civili (munizioni di precisione, avvisi, sorveglianza) e dalla tesi che l’attività di Hezbollah violi gli accordi tra Israele e Libano.

Ma qui conta soprattutto il segnale: colpire non soltanto il Sud, bensì anche in profondità, significa allargare la cornice della deterrenza. È un modo per dire che la linea rossa non è più solo il confine, e che la pressione su Hezbollah passa attraverso la geografia: se il disarmo deve diventare nazionale, anche la campagna di fuoco assume un respiro nazionale.

Gli avvisi di evacuazione per centri come Machghara e Sohmor, e le notizie di edifici residenziali colpiti secondo l’emittente vicina a Hezbollah, mostrano l’altra faccia dell’operazione: la guerra dentro una società già stremata. Ogni evacuazione è uno spostamento di popolazione, ogni spostamento diventa rancore, e ogni rancore è carburante politico.

Nel Libano di oggi, la dimensione umanitaria non è un “effetto collaterale”: è un fattore di potere. Decine di migliaia di persone restano sfollate lungo il confine meridionale: un Paese in cui lo Stato fatica a garantire elettricità e servizi, deve anche gestire la pressione sociale di comunità sospese tra ritorno impossibile e futuro incerto.

L’accordo entrato in vigore il 27 novembre 2024 viene descritto come una tregua, ma i raid quasi quotidiani e l’elenco delle violazioni attribuite da fonti internazionali indicano un’altra realtà: non una pace imperfetta, ma una guerra amministrata. Si spara senza dichiarare, si colpisce senza “aprire” una campagna totale, si resta costantemente sotto la soglia che costringerebbe a chiamarla guerra. È la formula più conveniente: mantiene la pressione militare e riduce, almeno in teoria, i costi politici.

Il governo libanese e l’esercito stanno tentando di affermare un principio semplice: monopolio statale delle armi, almeno nella fascia tra il fiume Litani e il confine. L’esercito parla di risultati “efficaci e tangibili”, ma evita di nominare esplicitamente Hezbollah: segno che la questione è più politica che operativa.

Per Hezbollah, invece, il patto del 2024 varrebbe solo per il Sud immediato, non per il resto del Paese. E qui si arriva al punto più pericoloso: se Beirut prova a estendere il disarmo oltre il Litani, Hezbollah lo interpreta come minaccia esistenziale e avverte che il risultato sarebbe caos, forse guerra civile. Non è solo propaganda: è un avvertimento su un equilibrio interno già fragile, dove la forza armata non è soltanto un mezzo militare ma un sistema di protezione e influenza.

L’interpretazione più importante è quella implicita: Israele colpendo più a Nord segnala che non accetta un disarmo “parziale” e vuole accelerare la trasformazione del Libano in uno spazio dove la presenza armata di Hezbollah diventi insostenibile.

La logica è da logoramento: colpire depositi, tunnel, nodi logistici, impedire la rigenerazione delle scorte e, soprattutto, mettere Hezbollah di fronte a una scelta: arretrare politicamente o rischiare un confronto più ampio che avrebbe costi enormi per la comunità sciita e per l’intero Paese. Il fatto che Israele mantenga truppe in cinque aree del Sud, secondo il racconto riportato, aggiunge un elemento di attrito permanente: una presenza che Hezbollah usa come argomento per legittimare la propria funzione “di resistenza”, mentre Israele la presenta come necessità di sicurezza.

Ogni escalation, anche “contenuta”, colpisce il Libano dove fa più male: sull’economia già dissanguata. Gli sfollati, la paralisi delle attività nelle aree di confine, il rischio percepito dagli investitori e perfino la tenuta delle infrastrutture alimentano un circolo vizioso: meno stabilità, meno entrate, meno servizi, più dipendenza da reti parallele. E le reti parallele sono esattamente il terreno su cui Hezbollah è strutturalmente forte.

In questo senso, la battaglia sulle armi è anche una battaglia sulla fiscalità reale: chi controlla sicurezza e territorio controlla i flussi, i pedaggi, le catene logistiche. Lo Stato, se non riesce a imporre il monopolio della forza, difficilmente imporrà anche quello delle entrate.

Il riferimento all’incontro tra Trump e Netanyahu e all’idea di un “via libera” per una nuova offensiva ha una funzione chiara: raccontare che la copertura politica statunitense è parte integrante della strategia israeliana. Parallelamente, cresce la pressione sul governo libanese perché disarmi Hezbollah: non tanto perché Beirut abbia davvero la capacità di farlo senza spaccarsi, ma perché la pressione serve a costruire una narrativa di responsabilità. Se Hezbollah resta armato, allora l’azione israeliana diventa “necessaria”; se Beirut prova a disarmarlo e fallisce, il Libano appare “incapace”; se ci prova e riesce solo in parte, la campagna prosegue.

Il Libano è stretto in una tenaglia: Israele vuole risultati rapidi sul terreno; Hezbollah pone condizioni politiche (ritiro israeliano, stop violazioni, prigionieri) prima di discutere qualsiasi cosa oltre il Litani; l’esercito libanese chiede tempo e teme di essere trascinato in uno scontro che non può vincere.

Il rischio è che la tregua resti un guscio: utile a evitare una guerra totale oggi, ma incapace di impedire una guerra più grande domani. E quando un cessate il fuoco diventa solo un modo per contare le violazioni, non è più una tregua: è l’anticamera del prossimo ciclo di escalation.