di Giuseppe Gagliano –
A un anno dalla tregua fra Israele e Hezbollah, il Libano vive una guerra che non osa più chiamarsi guerra. I raid israeliani continuano, puntuali e sanguinosi, mentre Beirut denuncia violazioni sistematiche dell’intesa firmata nel novembre 2024. L’Onu registra numeri che raccontano una verità semplice: il cessate-il-fuoco non è mai diventato pace. Oltre 330 morti, 945 feriti, 127 civili uccisi in attacchi verificati. Non si tratta di incidenti isolati, ma della logica di un conflitto che Israele considera difensivo e che Hezbollah interpreta come parte della sua “resistenza regionale”.
Il raid che ha colpito il campo profughi palestinese di Ain al-Hilweh è diventato il caso emblematico. Undici delle tredici vittime erano bambini. Israele sostiene di aver colpito militanti di Hamas, alleati di Hezbollah; l’Onu replica che tutte le vittime accertate erano civili. È il cuore della disputa: chi decide cosa è un bersaglio legittimo quando la guerra si combatte dentro comunità già fragili? L’Onu chiede indagini rapide e imparziali. Ma in un contesto in cui ogni parte si autoassolve, la parola “indagine” rischia di diventare un esercizio diplomatico privo di conseguenze.
Il Libano è ancora segnato dalla devastazione dell’ultima guerra. Più di 64.000 sfollati interni non hanno potuto rientrare nelle loro case nel Sud. Le infrastrutture distrutte, la ricostruzione rallentata e la presenza costante dell’aviazione israeliana sopra la Linea Blu rendono la normalità impossibile. E ora un nuovo elemento preoccupa Beirut: la costruzione di un muro da parte delle forze israeliane che, secondo l’Onu, invade porzioni di territorio libanese, creando nuove zone inaccessibili e alimentando ulteriore tensione.
L’uccisione a Beirut del comandante di Hezbollah Haytham Ali Tabatabai ha trasformato una crisi cronica in una potenziale escalation. Tabatabai non era un combattente qualsiasi: era il più alto ufficiale del movimento eliminato da Israele dall’inizio della tregua. La sua morte ha scatenato la reazione immediata dei Pasdaran iraniani, che promettono una “risposta schiacciante”. L’Asse della resistenza, Hezbollah, Hamas, Ansar Allah, le milizie irachene, considera l’episodio un affronto diretto, e come tale va vendicato.
È la conferma che il fronte libanese non è solo una disputa locale. È uno dei teatri della competizione strategica tra Israele e l’Iran, dove ogni azione genera un contraccolpo che supera i confini nazionali. In questa dinamica, il Libano è al tempo stesso campo di battaglia e vittima collaterale.
L’Onu chiede che sia Israele a indagare sugli attacchi israeliani e il Libano a indagare su eventuali violazioni libanesi. È un principio giuridico impeccabile, ma politicamente irrealistico. In una crisi in cui entrambe le parti rivendicano il diritto all’autodifesa, nessuna è davvero disposta a produrre un’autocritica che potrebbe tradursi in responsabilità penali o riconoscimenti politici. Così il sistema internazionale continua a muoversi su un binario fragile, in cui la forma viene rispettata e la sostanza dimenticata.
La situazione attuale suggerisce che il Libano rischia di essere trascinato, lentamente ma inesorabilmente, dentro un nuovo ciclo di guerra. Gli attacchi continuano, Hezbollah si riorganizza, l’Iran alza il tono. Israele, dal canto suo, non intende accettare che nel Sud libanese si ricrei la stessa minaccia missilistica che affronta a Gaza o al confine nord. L’Onu può chiedere indagini e rispetto del cessate il fuoco, ma senza un accordo politico più ampio, il Libano continuerà a oscillare tra tregua formale e violenza quotidiana.
Il rischio è chiaro: un conflitto congelato che può scongelarsi da un momento all’altro. E, come sempre in Medio Oriente, basterà un singolo episodio a trasformare un equilibrio precario in una tempesta regionale.




