di Giuseppe Gagliano –

Il presidente libanese Joseph Aoun ha lanciato un messaggio diretto all’Iran e a Hezbollah, affermando che il Libano non può continuare a essere una pedina delle rivalità regionali. “Non è il vostro Paese. È il nostro Paese”, ha dichiarato, accusando Teheran di utilizzare il territorio libanese come strumento di pressione nei negoziati con gli Stati Uniti. Le parole di Aoun rappresentano un tentativo di riaffermare il principio secondo cui soltanto lo Stato deve avere il controllo delle decisioni sulla guerra e sulla pace.

Il nodo centrale resta il ruolo di Hezbollah. Secondo Aoun, il movimento sciita dovrebbe accettare che sia il governo di Beirut l’unico interlocutore autorizzato a trattare con Israele. Una posizione che trova una parziale apertura nel presidente del Parlamento Nabih Berri, favorevole a un ritiro di Hezbollah dal Sud del Libano purché avvenga parallelamente al ritiro delle forze israeliane dalle aree occupate.

La questione è strettamente legata alla sicurezza del confine meridionale. Israele considera la propria presenza militare nel Sud del Libano una necessità strategica per proteggere le comunità del Nord dagli attacchi di Hezbollah. Beirut la considera invece una violazione della propria sovranità, mentre Hezbollah la utilizza come giustificazione per mantenere il proprio apparato armato.

Il cessate il fuoco annunciato nei mesi scorsi non ha posto fine alle ostilità. Gli attacchi israeliani nel Sud del Libano e le risposte di Hezbollah hanno mantenuto elevata la tensione lungo la frontiera. Il rischio è quello di una guerra intermittente fatta di raid, rappresaglie e tregue temporanee, incapace di produrre una vera stabilizzazione.

In questo contesto assumono particolare importanza le cosiddette zone pilota annunciate nel Libano meridionale, che dovrebbero passare gradualmente sotto il controllo esclusivo dello Stato. L’obiettivo è ridurre la presenza militare di Hezbollah vicino al confine e rafforzare l’autorità delle istituzioni centrali. Resta però da verificare se il movimento sciita accetterà realmente un ridimensionamento della propria presenza senza considerarlo una sconfitta politica.

La crisi è aggravata dalla situazione economica. Il Libano continua a subire le conseguenze del collasso finanziario, della svalutazione monetaria e della fuga dei capitali. In un Paese già impoverito, ogni nuova escalation militare comporta ulteriori danni alle infrastrutture, all’agricoltura e agli scambi commerciali. Senza stabilità e senza il monopolio statale della forza, appare inoltre difficile attrarre investimenti e rilanciare la ricostruzione.

Dal punto di vista strategico, il fiume Litani resta la linea di riferimento per ogni possibile accordo. Israele considera fondamentale allontanare Hezbollah dalla fascia di confine, mentre il movimento sciita continua a rivendicare il proprio ruolo di deterrente contro lo Stato ebraico. Tuttavia Hezbollah non è soltanto una milizia, ma una struttura politico-militare profondamente radicata nella società sciita libanese, elemento che rende qualsiasi soluzione particolarmente complessa.

Le accuse rivolte da Aoun all’Iran riflettono una realtà geopolitica consolidata. Per Teheran, Hezbollah rappresenta uno dei principali strumenti di deterrenza contro Israele e gli Stati Uniti nel Mediterraneo orientale. Per il Libano, invece, la presenza di un attore armato legato a una potenza straniera continua a porre interrogativi sulla piena sovranità dello Stato.

Il Paese si trova così davanti a un bivio. Se Hezbollah manterrà il proprio ruolo militare e Israele conserverà la propria presenza nel Sud, il conflitto rischia di proseguire sotto forme diverse. Se invece emergerà un accordo capace di rafforzare le istituzioni statali e garantire la sicurezza delle frontiere, Beirut potrebbe avviare un difficile percorso di stabilizzazione. La sfida lanciata da Joseph Aoun non riguarda soltanto il confronto con Israele o con l’Iran, ma la capacità del Libano di tornare a esercitare pienamente la propria sovranità nazionale.