di Giuseppe Gagliano –

Circa 160 chilometri quadrati di territorio sarebbero stati incendiati nel Libano meridionale dall’ottobre 2023, secondo il Consiglio nazionale libanese per la ricerca scientifica, mentre Beirut accusa Israele di una sistematica distruzione di boschi, uliveti e terreni agricoli e parla di ecocidio. La metà delle superfici interessate sarebbe costituita da aree agricole, con conseguenze destinate a pesare per anni sull’economia e sul ritorno delle popolazioni sfollate.

Secondo i dati libanesi, 85 chilometri quadrati sarebbero stati distrutti durante la precedente fase del conflitto e altri 75 dall’inizio delle nuove ostilità. Almeno 350 ettari sarebbero inoltre bruciati dopo l’intesa del 26 giugno. Le cifre necessitano di verifiche indipendenti, ma le autorità di Beirut sostengono che le immagini satellitari mostrino la scomparsa di vaste aree verdi, lo sradicamento della vegetazione e lo spianamento di terreni.

Dal punto di vista militare, boschi, frutteti, muretti agricoli e villaggi del Libano meridionale possono offrire copertura ai combattenti di Hezbollah e nascondere postazioni anticarro, depositi, gallerie e punti di osservazione. L’eliminazione della vegetazione aumenta quindi la visibilità del territorio e facilita la sorveglianza aerea e terrestre israeliana.

Secondo Beirut, tuttavia, la portata delle distruzioni indicherebbe un obiettivo più ampio: creare di fatto una zona cuscinetto lungo il confine, rendendo più difficile il ritorno degli abitanti e riducendo la possibilità per Hezbollah di utilizzare il territorio come copertura. Una strategia che trasferirebbe sul Libano il costo territoriale ed economico della sicurezza delle comunità israeliane settentrionali.

Le denunce provenienti da Kfarshuba evidenziano inoltre la fragilità dell’intesa raggiunta a giugno. Secondo le autorità locali, in occasione di un incendio i vigili del fuoco avrebbero potuto raggiungere l’area soltanto il giorno successivo, quando le fiamme avevano già provocato gravi danni. Gli abitanti eviterebbero anche di rimuovere la vegetazione secca per il timore di entrare in zone controllate dalle forze israeliane o di essere scambiati per combattenti.

Le autorità libanesi attribuiscono parte degli incendi a bombardamenti, droni e all’impiego di determinate munizioni. Si tratta di accuse che richiedono accertamenti indipendenti, ma che mostrano come la distruzione ambientale sia diventata una componente rilevante del conflitto.

Particolarmente pesanti sono le conseguenze economiche. Campi e uliveti rappresentano una delle principali fonti di reddito delle comunità meridionali. In un solo villaggio sarebbero stati abbattuti circa seicento ulivi, ai quali si aggiungono sistemi di irrigazione danneggiati, bestiame perduto, abitazioni distrutte e strade rese impraticabili.

La devastazione rischia così di prolungare lo sfollamento anche dopo la diminuzione dei combattimenti. Senza abitazioni, acqua, terreni produttivi e condizioni di sicurezza, molte famiglie potrebbero non essere in grado di rientrare. Per il Libano, già alle prese con una profonda crisi economica e finanziaria, la ricostruzione del Sud rappresenterebbe inoltre un costo difficilmente sostenibile senza un consistente intervento internazionale.

Beirut punta ora a portare la questione sul terreno diplomatico attraverso l’accusa di ecocidio, termine che non costituisce ancora un crimine internazionale autonomo universalmente riconosciuto. Eventuali verifiche indipendenti e immagini satellitari potrebbero diventare decisive per stabilire dimensioni e cause delle distruzioni.

La trasformazione del Libano meridionale in una fascia priva di vegetazione e abitanti potrebbe offrire a Israele vantaggi militari immediati, ma rischia di alimentare ulteriormente l’instabilità. La devastazione delle comunità di confine potrebbe infatti rafforzare Hezbollah sul piano politico e propagandistico e rendere ancora più difficile una soluzione duratura del confronto tra Israele e Libano.