Libano. E’ scontro tra Stato e Hezbollah

di Giuseppe Gagliano –

Il premier libanese Nawaf Salam ha risposto con fermezza alle dichiarazioni di Naim Qassem, numero due di Hezbollah, che aveva bollato il progetto di disarmo del movimento come un “complotto americano-israeliano” e minacciato il rischio di guerra civile. Per Salam, simili affermazioni rappresentano un ricatto inaccettabile, capace di risvegliare i fantasmi di un Paese che dal 1975 al 1990 ha già pagato con il sangue le conseguenze della frattura settaria. Il messaggio del primo ministro è chiaro: le decisioni sul futuro della sicurezza nazionale spettano solo allo Stato libanese e non a potenze esterne né tantomeno a milizie armate.
La guerra dello scorso anno con Israele ha logorato le capacità militari di Hezbollah. Fino a pochi anni fa, il movimento sciita poteva vantare arsenali e strutture più solide di quelle dell’esercito libanese; oggi, al contrario, appare costretto sulla difensiva, accusato da larghi settori della popolazione di trascinare il Paese in conflitti infiniti e di soffocare lo sviluppo economico. A peggiorare la situazione, Hezbollah e il movimento Amal hanno perso il cosiddetto “terzo di blocco” nei governi, quello che permetteva loro di porre il veto sulle decisioni strategiche. Restano influenti, con seggi parlamentari e ministri, ma non più determinanti come un tempo.
Nonostante l’impegno ufficiale di Teheran a non interferire direttamente negli affari libanesi, la presenza del capo del Consiglio supremo di sicurezza nazionale iraniano, Ali Larijani, a Beirut testimonia come l’Iran continui a considerare Hezbollah un proprio pilastro strategico nel Mediterraneo orientale. Il sostegno politico, economico e militare resta forte: l’arsenale del movimento, seppur ridimensionato, è ancora alimentato dalle forniture iraniane e rappresenta una leva fondamentale per proiettare l’influenza di Teheran in Medio Oriente, soprattutto mentre il confronto con Israele si intensifica.
Il Libano, in pieno collasso economico dal 2019, vede in questa contrapposizione l’ennesima paralisi. Senza stabilità e sicurezza, come ha ricordato Salam, non arriveranno investimenti né sarà possibile avviare la ricostruzione di un Paese che soffre la fuga dei giovani, la disoccupazione e un debito pubblico insostenibile. La stessa comunità internazionale, dagli Stati Uniti all’Unione Europea, condiziona gli aiuti finanziari a un effettivo consolidamento dello Stato e a un ridimensionamento del potere delle milizie. Per molti libanesi, il disarmo di Hezbollah non è più una questione ideologica ma economica: senza riforme e sovranità, non c’è futuro.
Il governo libanese ha ordinato all’esercito di elaborare un piano di disarmo entro la fine dell’anno. Una scelta che segna una svolta: affermare che la difesa del Paese non può più essere appaltata a una “resistenza privata”, ma deve tornare nelle mani delle istituzioni. Hezbollah, dal canto suo, insiste sul diritto di conservare le armi fino a quando “l’occupazione israeliana persisterà”. È la linea classica del movimento, ma oggi rischia di perdere presa su una società stanca di sacrificare la pace interna a una strategia regionale dettata da Teheran.
Il Libano è terreno di confronto tra attori globali e regionali. Gli Stati Uniti spingono per rafforzare lo Stato e indebolire Hezbollah, considerato un gruppo terroristico. Israele osserva con attenzione, pronto a sfruttare eventuali fratture per ridurre la minaccia ai suoi confini. L’Iran, al contrario, non può permettersi di perdere la sua principale pedina mediterranea. In questo equilibrio instabile, il rischio di una nuova guerra civile diventa una minaccia concreta, non tanto perché auspicata da qualcuno, quanto perché frutto naturale di un sistema bloccato e incapace di evolversi.
Il futuro del Libano si gioca su due scenari. Da un lato, il rafforzamento dello Stato e l’avvio di un processo di ricostruzione che integri tutte le comunità senza più permettere a una sola milizia di imporre il proprio veto. Dall’altro, il ritorno al passato: la logica della resistenza, l’alleanza organica con l’Iran, la minaccia costante della guerra civile come strumento politico. Salam ha aperto una sfida inedita: separare il destino del Libano da quello di Hezbollah. Se riuscirà, potrà ridare al Paese un futuro. Se fallirà, il Libano rischia di precipitare ancora una volta nel baratro della sua storia.