di Giuseppe Gagliano –
La nuova crisi tra Israele e Libano si sposta dal confine terrestre al mare, dove il controllo delle risorse energetiche diventa leva geopolitica. La recente mappa diffusa dall’esercito israeliano, che estende la cosiddetta linea gialla fino alle acque legate al giacimento di Qana, ha acceso l’allarme a Beirut e riaperto una partita delicata che intreccia sicurezza, sovranità e interessi economici.
Il giacimento di Qana, situato nel Blocco 9, rappresenta per il Libano una delle poche prospettive concrete di uscita dalla crisi economica che ha colpito il Paese negli ultimi anni. Più che una semplice risorsa, il gas offshore è percepito come simbolo di autonomia e possibile rilancio. Israele, consapevole del valore strategico di queste risorse, sembra voler ridefinire il concetto di sicurezza estendendolo anche al dominio marittimo, con l’obiettivo di influenzare indirettamente lo sfruttamento energetico libanese.
L’accordo del 2022 sulla delimitazione marittima, mediato dagli Stati Uniti, aveva temporaneamente congelato la disputa, permettendo al Libano di rivendicare Qana e a Israele di consolidare i propri interessi energetici. Oggi però quell’equilibrio appare fragile. La pressione militare israeliana può ostacolare lo sviluppo del giacimento, scoraggiando investitori e compagnie internazionali, senza necessariamente tradursi in un controllo diretto delle risorse.
Per Beirut il rischio è elevato. L’instabilità riduce l’attrattività degli investimenti e indebolisce ulteriormente la posizione del Paese. La presenza di grandi gruppi energetici internazionali resta una garanzia relativa, condizionata però dalla sicurezza dell’area. Allo stesso tempo, Israele potrebbe utilizzare il dossier energetico come leva negoziale per ottenere vantaggi sul piano politico e militare, in particolare rispetto al ruolo di Hezbollah nel Sud del Libano.
Proprio Hezbollah rappresenta il fattore più imprevedibile. Un’eventuale minaccia alle risorse strategiche libanesi potrebbe rafforzarne la legittimazione interna e aumentare il rischio di escalation. In questo contesto, il Mediterraneo orientale, già segnato da tensioni tra diversi attori regionali e internazionali, rischia di trasformarsi in un nuovo fronte di confronto.
La questione non è tanto la possibilità per Israele di appropriarsi del gas libanese, quanto la capacità di impedirne lo sfruttamento, trasformandolo in uno strumento di pressione. La linea gialla assume così un valore politico più che giuridico, segnalando la volontà di estendere la propria influenza strategica.
Per il Libano, la risposta non può limitarsi al piano legale o militare. Diventa cruciale internazionalizzare la crisi, coinvolgendo attori globali e rafforzando il ruolo diplomatico per bilanciare il peso israeliano. In uno scenario segnato da tregue fragili e tensioni persistenti, il gas di Qana resta sospeso tra opportunità economica e rischio di conflitto, simbolo di un Paese ancora prigioniero delle sue fragilità.




