di Giuseppe Gagliano –
La decisione del governo libanese guidato da Nawaf Salam di procedere al disarmo di Hezbollah segna un passaggio potenzialmente decisivo nella storia recente del Paese. Per la prima volta dal 2006, Beirut si espone al rischio di ridurre drasticamente le proprie capacità di deterrenza militare contro Israele, proprio in una fase in cui il quadro mediorientale è attraversato da nuove turbolenze geopolitiche.
Per il movimento sciita, la decisione del governo non è un atto di riforma interna, ma una resa politica e militare. Viene letta come l’applicazione diretta di un’agenda statunitense confermata, secondo il movimento, dalle pressioni dell’inviato americano Barak e dall’inserimento del tema nel documento ufficiale discusso dal Consiglio dei Ministri.
Nella narrazione di Hezbollah, privare il Libano delle “armi della Resistenza” equivale a consegnarlo privo di difese all’“aggressione israelo-americana”, minando l’equilibrio che negli ultimi anni ha evitato un conflitto su larga scala.
Il riferimento alla Carta di Taif, e alla dichiarazione ministeriale che impegna il governo a liberare tutti i territori occupati, è centrale nel discorso di Hezbollah. L’argomentazione è duplice: da un lato, disarmare la Resistenza contraddice formalmente il mandato politico; dall’altro, interrompe una strategia di “difesa integrata” in cui le forze regolari e quelle della Resistenza hanno operato in sinergia per contenere le incursioni israeliane.
Dal punto di vista strategico, l’arsenale di Hezbollah è stato negli anni un moltiplicatore di forza per il Libano. In un contesto di asimmetria militare, con Israele dotato di superiorità aerea, missilistica e tecnologica, la capacità di risposta del movimento sciita ha funzionato come fattore di deterrenza. La sua rimozione apre un’incognita sulla capacità di Beirut di difendere il territorio, soprattutto in scenari di crisi improvvisa.
Il tempismo della decisione non è neutro. Avviene in un momento in cui Israele vive una fase di instabilità politica interna e affronta pressioni crescenti sui fronti di Gaza e Cisgiordania. Un Libano militarmente ridimensionato potrebbe offrire a Tel Aviv una finestra per azioni mirate lungo il confine, modificando l’equilibrio di sicurezza lungo la Linea Blu.
Sul piano regionale, la scelta di Beirut rischia di incrinare anche i rapporti con Teheran, principale sostenitore di Hezbollah, e di ricalibrare le relazioni di forza tra asse pro-iraniano e campo filo-occidentale.
L’uscita dall’aula dei ministri di Hezbollah e del Movimento Amal ha un duplice significato: è segnale politico verso l’elettorato sciita, ma anche manifestazione di una frattura istituzionale che potrebbe paralizzare l’azione di governo. La Resistenza continua a rappresentare per ampi settori della società libanese, al di là delle appartenenze settarie, una garanzia di sicurezza, mentre per altri è un ostacolo alla piena sovranità dello Stato.
Hezbollah dichiara di restare aperto al dialogo su una strategia di sicurezza nazionale, ma solo in un contesto privo di aggressione israeliana e in cui vengano rispettati gli impegni assunti dal governo. L’obiettivo dichiarato resta la liberazione dei territori ancora occupati, il rilascio dei prigionieri e la ricostruzione delle aree colpite dai conflitti.
La dichiarazione finale “ci siamo abituati a essere pazienti e a vincere” riassume la strategia di lungo periodo del movimento: attendere, mantenere la capacità militare e sfruttare ogni crisi per rafforzare il proprio ruolo politico e militare all’interno del Libano.




