di Giuseppe Gagliano –
Nel cuore di un Medio Oriente attraversato da faglie geopolitiche sempre più profonde, il Libano si conferma epicentro di uno scontro che va ben oltre i confini del proprio territorio. Le dichiarazioni provenienti da Hezbollah, che ha ribadito il rifiuto di disarmarsi anche in caso di ritiro israeliano dalle aree contese, mettono in luce non solo la fragilità delle istituzioni libanesi, ma anche la trasformazione del movimento sciita in una forza statuale parallela, con logiche e obiettivi propri. In questo quadro, la pressione diplomatica statunitense, pur intensa, rischia di essere inefficace o addirittura controproducente.
Il dialogo tra Hezbollah e il presidente del Parlamento libanese Nabih Berri, da sempre figura chiave nell’equilibrio interno tra sciiti e altre componenti politiche, conferma l’ostinazione del partito armato, sostenuto apertamente dall’Iran. La linea è chiara: nessun disarmo senza una reale cessazione delle ostilità e senza garanzie concrete sul rispetto della sovranità libanese da parte di Israele. Il gruppo non intende rinunciare al proprio arsenale, anche in presenza di una roadmap statunitense che prevede il ritiro israeliano, la ricostruzione del Sud del Libano e la riconduzione del monopolio della forza allo Stato.
Da un punto di vista strategico-militare, Hezbollah non è solo un partito armato: è un attore ibrido, capace di influenzare le dinamiche regionali, proiettare forza oltre confine e fungere da leva iraniana nel Levante. Il suo arsenale, composto da migliaia di razzi e droni, ha garantito al gruppo un potere deterrente nei confronti di Israele, pur con costi elevatissimi per il Paese ospitante. Le operazioni israeliane, mirate contro infrastrutture e figure chiave del movimento, hanno certamente colpito Hezbollah, ma non ne hanno cancellato la capacità di risposta né scalfito il suo radicamento territoriale e sociale.
La guerra del 2024 ha lasciato cicatrici profonde e ha portato a un cessate il fuoco il 27 novembre. L’accordo prevedeva il ritiro di Hezbollah a nord del fiume Litani e l’impegno di Israele a evacuare cinque postazioni considerate strategiche. Ma il mancato rispetto reciproco degli impegni ha generato un limbo operativo: l’esercito israeliano mantiene posizioni nel Sud, mentre Hezbollah resta armato, pronto a reagire a quella che considera un’occupazione continua.
Sotto il profilo geopolitico, gli Stati Uniti tentano di esercitare pressione attraverso la figura dell’inviato speciale Tom Barrack, ma le leve a disposizione sono limitate. Il Libano è oggi un mosaico di fragilità istituzionale, crisi economica e polarizzazione politica. In questo contesto, Hezbollah riesce ancora a presentarsi come garante della sicurezza della comunità sciita e come forza di resistenza contro le violazioni israeliane. Il presidente libanese Joseph Aoun, pur cercando di riaffermare l’autorità statale, ha mani legate: la bozza di memorandum consegnata a Washington, che prevede il monopolio statale sull’uso della forza, rischia di restare un documento di principio, privo di mezzi per essere applicato.
Sul piano geoeconomico, la questione del disarmo si lega alla ricostruzione. Le regioni del Sud devastate dal conflitto hanno urgente bisogno di fondi, infrastrutture e lavoro. Gli Stati Uniti offrono finanziamenti, ma vincolati a un processo politico che Hezbollah percepisce come mirato al suo indebolimento strutturale. Al contrario, l’Iran e alcuni attori regionali forniscono assistenza diretta, bypassando lo Stato. È il classico cortocircuito delle guerre asimmetriche: chi detiene la forza militare non ha l’autorità formale; chi ha l’autorità non ha il potere effettivo.
L’intero dossier si muove quindi su un crinale pericoloso. Da una parte, c’è la volontà occidentale di rafforzare lo Stato libanese, garantire stabilità e arginare l’influenza iraniana. Dall’altra, la realtà di un Paese dove il confine tra Stato e milizia, tra politica e guerra, è diventato liquido. E Hezbollah, consapevole del proprio ruolo, gioca su più tavoli: resistenza armata, rappresentanza parlamentare, protezione sociale. Ogni richiesta di disarmo, senza un accordo globale e multilaterale, rischia di alimentare lo scontro anziché contenerlo.
Il Medio Oriente, ancora una volta, non conosce tregue unilaterali né soluzioni imposte dall’alto. E il Libano, stretto tra l’inerzia internazionale e la sua paralisi interna, resta ostaggio di un conflitto che si combatte anche nei silenzi e nei veti, non solo nei campi di battaglia.












