di Giuseppe Gagliano

A più di un anno dal cessate-il-fuoco che ha posto fine al conflitto con Israele, Hezbollah appare militarmente indebolito ma politicamente tutt’altro che neutralizzato. L’idea di un disarmo completo entro il 2026, sostenuta dagli Stati Uniti e formalmente accettata dal governo libanese, resta più una proiezione diplomatica che uno scenario realistico.

La tregua del novembre 2024 non ha prodotto una vera stabilizzazione. Israele continua a colpire obiettivi che definisce legati a Hezbollah, mentre il gruppo sciita rivendica il ritiro delle proprie forze armate dall’area a sud del fiume Litani. Due narrazioni incompatibili che alimentano una tensione permanente, tenuta sotto controllo solo da meccanismi di monitoraggio guidati da Washington e dalla presenza di UNIFIL.

Il governo di Beirut, guidato dal primo ministro Nawaf Salam, ha indicato il Litani come primo banco di prova del disarmo. Ma procedere oltre significa toccare il cuore del problema: Hezbollah non è solo una milizia, è un attore politico radicato nel sistema istituzionale e nella comunità sciita. Forzare il disarmo senza contropartite israeliane, come il ritiro da territori occupati e la fine dei raid, rischia di destabilizzare l’equilibrio interno libanese più di quanto lo rafforzi.

Sul piano militare Hezbollah ha subito perdite rilevanti. Migliaia di combattenti sono stati uccisi, depositi e infrastrutture distrutti, e soprattutto è venuto meno il suo leader storico, Hassan Nasrallah, eliminato da Israele nel settembre 2024. A sud del Litani la presenza armata del gruppo è oggi ridotta, ma a nord il dispositivo resta operativo. Israele ritiene che il movimento stia tentando una lenta ricostruzione, sufficiente a mantenere una capacità deterrente, ma non a sostenere un nuovo conflitto su larga scala.

Il ridimensionamento di Hezbollah è legato anche all’indebolimento del suo ambiente strategico. L’Iran, colpito direttamente da Israele nel 2025, continua a finanziare il gruppo, ma con risorse limitate. La caduta di Bashar al-Assad ha inoltre interrotto una delle principali linee di rifornimento terrestri, riducendo la capacità del movimento di ricevere armi e fondi. Hezbollah resta forte, ma non più dominante come prima.

Le dichiarazioni del nuovo segretario generale Naim Qassem chiariscono la posizione del movimento: il disarmo totale è considerato una richiesta israelo-americana inaccettabile. Al contrario, il presidente libanese Joseph Aoun insiste sulla via negoziale, segnalando una lenta ma significativa evoluzione della politica libanese, storicamente condizionata dal peso di Hezbollah.

La road map statunitense, che lega il disarmo al ritiro israeliano e agli aiuti per la ricostruzione, tenta di trasformare una questione militare in un processo politico. Ma il precedente del confine marittimo del 2022 dimostra quanto lunghi e fragili siano questi percorsi. Senza una chiara definizione del confine terrestre con Israele, ogni disarmo resta parziale e reversibile.

Hezbollah entra nel 2026 più debole, ma non sconfitto. Il suo arsenale è ridotto, la sua rete regionale è sotto pressione, ma la sua funzione politica e simbolica resta intatta. Per il Libano, il problema non è solo disarmare una milizia, ma ridefinire il rapporto tra Stato, resistenza e sicurezza nazionale. Finché questa equazione resterà irrisolta, il disarmo completo resterà improbabile, e la pace, condizionata.