di Giuseppe Gagliano –

Il raid israeliano nei pressi di Sidone, costato la vita ad almeno tre persone, non è un episodio isolato ma l’ennesima conferma di una realtà ormai evidente: il cessate-il-fuoco tra Israele e Hezbollah, formalmente in vigore dal novembre 2024, esiste più nei comunicati che sul terreno. La dinamica dell’attacco, un veicolo colpito lungo una strada periferica, rientra in una prassi operativa consolidata delle Forze di Difesa Israeliane, che dichiarano di aver preso di mira membri di Hezbollah senza fornire elementi verificabili.

I numeri parlano da soli. Quasi 1.600 raid in meno di un anno, secondo i dati ACLED, indicano che la violazione dell’accordo non è più un’eccezione ma una modalità strutturale. Israele colpisce, Hezbollah incassa e risponde in modo calibrato, mentre il Libano ufficiale si muove in uno spazio politico sempre più stretto. La morte di civili, certificata anche da rapporti delle Nazioni Unite, diventa così un effetto collaterale normalizzato di una guerra a bassa intensità ma ad alta frequenza.

L’intesa del 2024 prevedeva due pilastri: il disarmo di Hezbollah in alcune aree del Sud del Libano e il ritiro israeliano a sud del fiume Litani. Nessuno dei due è stato pienamente attuato. Israele mantiene cinque avamposti all’interno del territorio libanese, mentre Hezbollah accetta, almeno a parole, di ridurre la propria presenza militare a sud del Litani senza rinunciare al suo arsenale nel resto del Paese. È un equilibrio instabile, in cui ciascuna parte giustifica le proprie inadempienze con quelle dell’altra.

Il primo ministro Nawaf Salam ha rivendicato progressi nel disarmo nel Sud, richiamandosi alla Risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza ONU. Ma la sovranità libanese resta condizionata da fattori esterni: la pressione militare israeliana, il ruolo politico-militare di Hezbollah e il peso crescente degli Stati Uniti nel processo negoziale. Le riunioni a Naqoura, a porte chiuse, mostrano un dialogo che avanza per micro-aggiustamenti, senza affrontare il nodo centrale.

L’incontro tra il presidente Joseph Aoun e il capo negoziatore civile Simon Karam segnala il tentativo di riportare il dossier su un piano istituzionale. Ma la critica di Hezbollah alla nomina di Karam rivela la fragilità del fronte interno. La priorità dichiarata, il rientro di decine di migliaia di sfollati, è più un obiettivo umanitario che una soluzione politica: senza sicurezza sul terreno, il ritorno resta precario.

Dal punto di vista militare, Israele persegue una logica di contenimento attivo: colpire per prevenire, mantenere pressione costante, evitare l’escalation totale. Hezbollah risponde con una strategia speculare di resistenza controllata, preservando le proprie capacità e il proprio ruolo politico. Il cessate il fuoco diventa così uno strumento di gestione del conflitto, non di risoluzione.

L’annuncio di una futura conferenza internazionale a sostegno dell’esercito libanese, con il coinvolgimento di Stati Uniti, Francia e Arabia Saudita, è un segnale positivo ma lontano nel tempo. Nel frattempo, il Sud del Libano resta una zona grigia, dove la guerra non è dichiarata ma nemmeno conclusa. Sidone, con i suoi morti e i suoi raid, è l’ennesima prova che la linea tra tregua e conflitto aperto è ormai sottile, e ogni violazione la rende un po’ più fragile.