di Giuseppe Gagliano –
Il leader di Hezbollah, Naim Qassem, ha reagito con durezza alla decisione del governo libanese di disarmare il movimento. Ha definito l’iniziativa un “grave errore”, frutto delle pressioni di Stati Uniti e Israele, e l’ha bollata come incostituzionale. Per Qassem privare Hezbollah delle sue armi significherebbe privarlo della sua stessa identità: «Abbiamo sacrificato 5mila combattenti, togliere le nostre armi è come togliere la nostra anima”. Un avvertimento diretto, che suona come una minaccia di destabilizzazione interna.
Hezbollah non è una semplice fazione armata. È un attore militare che, con i suoi arsenali di missili e droni, rappresenta la forza più temuta da Israele dopo l’Iran. Disarmarlo significherebbe modificare radicalmente gli equilibri di deterrenza nel Levante. Dal punto di vista strategico, le armi di Hezbollah non sono solo strumenti di difesa: sono anche il simbolo di una “resistenza” che giustifica la sua presenza politica. Rinunciarvi equivarrebbe a ridimensionare il movimento sia sul piano militare che su quello sociale.
Dietro la decisione del governo libanese c’è la pressione occidentale. Washington e Tel Aviv chiedono da anni il disarmo del gruppo sciita, visto come braccio armato di Teheran. Gli Stati Uniti minacciano di condizionare aiuti finanziari e forniture militari, mentre Israele non nasconde l’intenzione di neutralizzare quella che considera la più pericolosa minaccia ai suoi confini. Il Libano, già in default e dipendente da fondi esterni, si trova quindi stretto tra esigenze di sopravvivenza economica e rischio di implosione interna.
Il richiamo di Qassem all’incostituzionalità non è casuale. In Libano, il patto nazionale e l’equilibrio confessionale rendono fragile qualsiasi decisione che colpisca una comunità religiosa. Hezbollah, radicato nella comunità sciita, vede il disarmo come un attacco alla rappresentanza della sua base. Ciò rischia di accentuare la paralisi politica in un Paese che vive senza piena stabilità istituzionale da anni, con governi deboli e incapaci di riformare.
Le parole di Qassem risuonano oltre Beirut. Per l’Iran, Hezbollah resta la sua principale proiezione militare nel Mediterraneo. Per Israele, è il nemico che può saturare le sue difese con migliaia di missili. Per gli Stati Uniti, è l’anello che lega Teheran a Gaza, Siria e Yemen. Il dibattito sul disarmo diventa quindi parte di uno scontro regionale più ampio, dove la sovranità del Libano rischia di diventare solo un pretesto.
Il Libano si trova di fronte a un dilemma insolubile: garantire la propria sovranità accettando le pressioni esterne, o mantenerla accettando che una milizia resti armata al di fuori del controllo statale. In entrambi i casi, la stabilità è a rischio. Le parole di Qassem, minacciose e solenni, sanciscono che Hezbollah non accetterà mai il disarmo. E che la partita sulle armi del gruppo non si gioca solo a Beirut, ma su uno scacchiere che va da Teheran a Washington, passando per Tel Aviv.




