Libano. Il nodo irrisolto del Sud: tra pressione internazionale e reticenze israeliane

di Giuseppe Gagliano –

Il primo ministro libanese Nawaf Salam ha denunciato pubblicamente il rifiuto di Israele di sedersi al tavolo delle trattative per discutere il ritiro dalle cinque postazioni militari che Tel Aviv continua a mantenere nel Sud del Libano. È un punto che Beirut considera essenziale per chiudere un capitolo aperto da anni, ma che non trova alcuna disponibilità dall’altra parte della frontiera.
L’apertura al dialogo non arriva solo dal premier: anche il presidente Joseph Aoun aveva avanzato la proposta di negoziare una soluzione, senza ottenere risposta. Per Salam si tratta di una contraddizione evidente: Israele chiede da tempo colloqui, ma quando il Libano offre disponibilità, “non fissano neppure una data”. La questione verrà ora portata davanti agli Stati Uniti, che restano l’intermediario più influente sul dossier.
Al centro delle pressioni internazionali c’è il piano adottato dal governo libanese su proposta dell’inviato statunitense Tom Barrack: portare tutte le armi, comprese quelle di Hezbollah, sotto il controllo dello Stato entro la fine del 2025. Un obiettivo ambizioso in un Paese dove la sovranità è stata per decenni condivisa con l’organizzazione sciita, che resta il principale attore militare non statale dell’intera regione.
Salam sostiene che il processo stia procedendo, anche se lentamente: l’esercito ha bisogno di reclutamenti, equipaggiamento e risorse. Non a caso Beirut, con Francia e Arabia Saudita, sta lavorando a una conferenza dei donatori per finanziare la ricostruzione di un Paese devastato da anni di crisi economica e dalla recente offensiva israeliana, che secondo la Banca Mondiale ha causato danni per undici miliardi di dollari.
La Forza ONU in Libano ha registrato oltre 7.500 violazioni aeree e quasi 2.500 violazioni terrestri da parte di Israele oltre la Linea Blu. Una pressione costante che, insieme alla presenza militare israeliana nelle cinque postazioni, mantiene il Sud del Libano in una situazione di instabilità cronica.
Dal 2023, gli attacchi israeliani hanno provocato più di quattromila morti e quasi diciassettemila feriti. Il cessate il fuoco del novembre 2024 prevedeva un ritiro israeliano entro gennaio dell’anno successivo: una promessa rimasta solo parziale e che pesa ora sui colloqui mancati.
Il presidente Aoun, in dichiarazioni sorprendenti, ha affermato che “Hezbollah, nel suo aspetto militare, è finito”. Una frase che fotografa la stanchezza profonda della comunità sciita dopo decenni di conflitto senza prospettive. Per Aoun, il movimento non può più sostenere da solo una guerra contro Israele e cerca ora una via d’uscita che non comprometta il suo peso politico interno.
Il presidente ha anche raccontato un duro confronto con il consigliere iraniano Ali Larijani, sottolineando che la responsabilità della comunità sciita è del Libano, non di Teheran. Un messaggio chiaro: il Paese vuole riprendere il controllo della propria sicurezza e del proprio destino politico.

Sul piano strategico, il Libano resta intrappolato tra tre polarità:

– la pressione israeliana, che usa la sicurezza del confine come leva per mantenere una presenza militare oltre la Linea Blu

– l’influenza iraniana, che per decenni ha plasmato l’ala militare di Hezbollah e vede nel Libano un tassello centrale della propria postura regionale

– le aspettative occidentali, che chiedono a Beirut di ristabilire il monopolio statale della forza

A livello geopolitico, la stabilizzazione del Sud è considerata cruciale per evitare un conflitto regionale più ampio, soprattutto mentre Gaza, la Cisgiordania e la Siria restano teatri aperti. La crescente assertività iraniana nella regione, unita alla fragile situazione interna libanese, rende ogni passo un potenziale detonatore.
Il mancato avvio dei negoziati rischia di cristallizzare un conflitto a bassa intensità che dura ormai da anni. Il Libano cerca di ricostruire, smilitarizzare e rilanciare la sua fragile economia; Israele è concentrato su Gaza e sul contenimento dell’Iran; gli Stati Uniti tentano di gestire una regione in continuo mutamento.
Ma senza un accordo su confine, armi e presenza militare, l’instabilità rimane la regola. E il Sud del Libano continua a vivere in un limbo dove ogni violazione, ogni incidente, ogni raid può trasformarsi nella scintilla di un nuovo scontro.